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Bondi Beach, Sydney OZ 30 Ottobre 06Bondi Beach, Sydney OZ
Il pesino a quaranta minuti in bus dal centro di Sydney e’ grazioso dove l’adrenalina di cavalcare un’onda con la tavola da surf regola i ritmi di vita. Giramondo atterrano su questa baia con i ristoranti e i caffe’ dai piedi insabbiati. Il divieto di mangiare un panino al chiosco senza maglietta, della scorsa estate sulle coste italiane, sarebbe una offesa alla vista dei tanti David scolpiti dalle remate. Passano i giorni ma la mente rimane focalizzata alla settimana spesa con il porf. del Politecnico, tra Melbourne e Brisbane. I programmi, le ambizioni e perfino le possibilita’ future sono state stravolte da quella serie di incontri con personaggi del mondo economico e politico, sia italiani che australiani. Le cene annaffiate dall’ottimo Shiraz, i piatti dei migliori chefs hanno sconvolto il mio viaggio da saccopelista. Carte mischiate per le lezioni tra le righe di comunicazione e public reletion di Alessandro, e la oramai concreta possibilita’ di ritornare sui libri. L’idea di poter continuare ad approfondire e lavorare con esperti di energia, relativa distribuzione, prodotta da fonti rinnovabili mi sembra fantastica. Il fattore ancora piu’ sorprendente e’ di essere pagato per studiare, concetto al quale non ero abituato. La meta geografica per il dottorato dovrebbe essere Brisbane per l’Australia, anche se un viaggetto a fine gennaio negli USA potrebbe aprire nuovi orizzonti accademici. Si parlerebbe di tre o quattro anni fuori dall’Italia. Oramai dopo aver speso piu’ tempo fuori che dentro i confini del Bel Paese negli ultimi anni, l’ida non mi spaventa. Anzi. Cogliere al balzo le occasioni dove si presentano, e non aspettare che bussino alla porta di casa. Tra una settimana compiero’ ventotto anni, e pianificare altri anni oversea (oltre mare) vorrebbe dire acquistare il passaporto del mondo. Passare la soglia del non ritorno che ti permette di stare bene ovunque ma non di avere casa da nessuna parte.Sydney, Australia 25 OttobreSydney 25 Ottobre 2006 L’australia supera il brasile di una volta e mezza come superficie anche se la popolazione non eccede i venti milioni. L’imponenza la respiro dalla ricchezza dell’aria. Non solo economica ma soprattutto naturale. Deserti, spiagge chilometriche, distese da far sentire piccola una montagna. Un sentimento simile l’ho provato solamente in Patagonia e lungo il Re fiume per l’Amazzonia. Quando il sentirsi piccolo, meno di una formica e’ piacevole. L’Australia l’avevo inserita nel mio schedule (programma) di viaggio perche’ risaltava ai miei occhi sul atlante. In Italia, nelle scuole, sui media non arrivano molte informazioni delle terre conquistate. Notizie sportive, eventi o briciole di news nulla piu’. Siamo abbastanza ignoranti su questi luoghi indipendenti politicamente ed economicamente ma legati incredibilmente al vecchio continente. Come il sud America, la Polynesia, la Nuova Zelanda e l’Australia hanno un piede in paradiso e l’altro tra lo stretto di Gibilterra e il Mare del Nord. Paesi nuovi in cerca di identita’. Orgogliosi di essere cio’ che sono, ma l’argentino per un verso e l’australiano per l’altro rimarcano direttamente o indirettamente la discendenza. Le precarie condizioni economiche del sub America impongono piu’ peso ad un nonno italiano o spagnolo (con il relativo diritto di passaporto e di poter volare liberamente oltre oceano) che alla bandiera nazionale. Il kiwi supporta gli All Blacks e tutti quelli che giocano contro l’Australia nel rugby, ma allo stesso tempo canta le lodi a Sua Maesta’. La terra dei canguri dove la cura del corpo e l’amore per lo sport farebbero sgranare gli occhi ai fitnesscenter italiani, e’ tremendamente connessa con la storia del vecchio continente. Il diritto ricorda che ogni millimetro quadrato di suolo che calpesto distrattamente appartiene a Sua Maesta’ Regina Elisabetta II d’Inghilterra. A nulla e’ servito il referendum popolare di qualche anno orsono per cercare di staccare il cordone ombelicale psicologico con l’UK. Il potente sud est asiatico vicino, le corte radici e una popolazione fortemente caretterizzata dal mix raziale sono l’inchino alla Regina. Per noi latini con storia millenaria, desta incomprensione la faccia di Elisabetta II sulle monete di mezzo mondo, dalle Fiji all’OZ(Australia) passando per la NZ. Il capitano Grahm, dal doppio passaporto NZ e UK, appunto, chiamava la strana connessione nuovo mondo-regina, simbolo. Un analisi sociologica piu’ approfondita potrebbe rilevare un problema macriscopico di identia’. Parlando con i figli della generazione di immigrati, nati in OZ, miei coetanei emerge uno strano legame con questo paese. Hanno passaporto con il canguro stampato, si sentono di questi luoghi ma il sangue oltre oceano non permette loro di esserlo al cento per cento. L’inserimento puo’ avvenire piu’ o meno dolcemente in funzione della vicianza della cultura di origine (uno del UK avra’ meno problemi ad ambientarsi in OZ che un cinese). Penso questo essere un problema sociale delicato, quello della integrazione in una altra nazione, e vale non solo per queste latitudini ma anche per la vecchia Europa, come mostrano le scintille di disago giovanili nelle periferie delle citta’ francesi di questi giorni.Wellington, NZ 15 ottobre 06Wellington, NZ 15 ottobre Quando il giorno farebbe ridere Fantozzi… 3 AM Foresta Nera, Germania estate duemilatre, con la Fiat uno e tre amici spagnoli cerchiamo di raggiungere Praga. In mezzo ad un acquazzone estivo, invochiamo l’arca di Noe’ con il nuovo motorino del tergicristallo. Dalla corsia di emergenza fradici come un crostino nella zuppa, cerchiamo di capire cosa sia deceduto nell’ermetica scatola dei meccanismi. L’oscurita’ totale, il forte vento non ci spaventano; con i lacci di tutte le scarpe improvvisiamo un buffo ma efficace sistema fune-carrucola per il movimento manuale della spazzola togli acqua. Arrivati alla prima autofficina, chiediamo in prestito il carrello degli attrezzi. Tre futuri ingegneri meccanici e un elettrico sono all’opera con le maniche arrotolate. Smontiamo, analizziamo e ridiamo. Centrato in pieno il problema. La vite senza fine che si sposa con la ruota dentata atta a trasformare il movimento rotatorio in alternato e’ intrappolata nella ruggine. Le scaglie di ossido di ferro, impastate con il grasso lubrificante sono il cemento armato che annientano il piccolo motore. Somontiamo e adattiamo con martello e trapano quello posteriore per ubicarlo sotto il vetro anteriore. Con una birra festeggiamo il successo. Peccato che sulla via del ritorno anche il secondo motore perisca come il fratello maggiore. Fortunatamente l’ammasso di stringhe colorate per l’utilizzo manuale non siano state necessarie, non avendo piovuto. Dopo l’esperienza da McGiver a bordo della Fiat ventenne ogni volta che salgo su un catorcio datato non posso che pregare alla memoria del mio primo mezzo di liberta’.
Nelle fasi di checkout dal backpakers ad Auckland conosco Helena, ventiquattrenne dell’UK. Va verso sud con il suo “nuovo” furgone; e’ da sola e vuole una spalla. Il vecchio Nissan mi stupisce che abbia ancora tutte le ruote e che le portiere si riescano ad aprire per la cattiva salute. Il sole e’ forte e lei carina. Studio la cartina e da copilota detto le coordinate per l’autostrada. Dopo quaranta minuti di viaggio lo strano odore di bruciato e fumo ci allerta. Sollevo il sedile scoprendo il friggente motore. Nemmeno una goccia di acqua risiede nel radiatore e ne un grammo di olio lubrifica i logorati pistoni. Da una casa vicina recupero acqua, il marito della signora con i bigodini ci procura un kg di olio, risusciamo a raggiungere un meccanico. La mancanza di fluido refrigerante ha cotto tutto cio’ che non sia in metallo. Smonta, rimonta per sette ore il baffuto artista, la giovane moglie offre te caldo e due sedie nel retro bottega. Il mastro e la sua dama si consultano passandosi cacciaviti e chiavi inglesi arrivando soddisfatti alla sentenza: testata da rifare, cambiare tutte le guarnizioni. Cinquecento dollari. Helena quasi in pianto chiede un parere sulla convenienza della riparazione. Il dottore del bullone guardandola negli occhi le consiglia di non prendere piu’ fregature e di rottamare il neoacquisto. L’inglesina viene da me abbracciata affettuosamente e rassegnata stringe i suoi stracci dirigendosi alla superstrada con il pollice verso l’alto. Una famiglia del sud Africa ci carica. Lascera’ Helena ad un motel ad Hamilton e me all’aeroporto di Wellington seicento km piu’ a sud, sulla punta meridionale dell’isola del nord. Riesco a cambiare data al biglietto per Melbourne e farmi imbarcare in un’altra classe. Tra poche ore incontro il prof. Alessandro del Politecnico di Milano in viaggio in Australia e finalmente capiro’ quando si possa iniziare a fare sul serio con gli studi. Io sono pronto per il dottorato, vedremo se l’universita’ di Brisbane e la terra dei canguri lo siano altrettanto. Il parto delle nuvole, Paihia NZ8 Ottobre 2006
La macchina fotografica mi da’ le prime noie dalla partenza, avra’ bisogno di un riposo in fondo ad un cassetto per qualche tempo? Noto recentemente di aver scattato oltre le cinquemila instantanee durante gli ultimi mesi e scopro di aver ricevuto piu’ di ottomila visite sul blog, uniti questi due dati sono la benzina per proseguire. Almeno saranno cento i piedi di lunghezza del fantastico monoalbero che mi passa davanti, con gli uomini tutti a dritta per bilanciare la forza di Eolo. Via vai di imbarcazioni a vela, motore, monoscafo, trimarani, pescherecci e charter per i lavoratori in crociera pausa pranzo, con il binomio menu’-barca a prezzi non malvagi nella baia di Auckland.
La prima Domenica in NZ passa tranquilla sulla collina del parco Domain con vista al molo e di tutta la citta’. I gabbiani si intrecciano con i piccioni in voli pindalici sopra il mio naso, la simpatica compagnia del gruppo di ragazze tedesche e’ piacevole. Giovani studentesse con spirito d’avventura. Nel XXI secolo, dove grazie anche ad internet le distanze fisiche vengono ridimensionate, trovo giovani sognatori di tutto il pianeta con zaino alla Kerouac su una strada. Mentalita’ diverse, culture a me sconosciute o trascurate vengono incotrate lungo il cammino. La NZ e’ terra nuova, con storia rilevante di un paio di secoli; la superficie e’ doppia rispetto al suolo del mandolino e la popolazione vicina a quella distribuita nella provincia di Milano. La terra e’ ricca, la vegetazione rigogliosa dal colore verde acceso. Insenature, isolette, spiagge da decine di km di lunghezza e le montagne dipingono uno scenario cordiale ed armonioso. Ho cercato in pochi giorni di stilare il profilo del neozelandese tipo, ma a differenza di altri luoghi omogenei culturalmente e’ di difficile stesura. Il minestrone di geometrie facciali, mostra una societa’ variopinta. Ogni persona ha almeno un nonno di un altro continente e chi come Diredgie ha il sangue candidato al Guinness dei primati essendo nata alle Fiji da padre cinese, con bisnonna irlandese. I ragazzi si rincorrono a zig zag sul manto erboso con una palla ovale stretta al petto; scatti da centometristi e placcaggi da pronto soccorso. Mi capita di riflettere su come una casualita’ verificata possa cambiare un possible finale di storia. Appena atterrato a Thaiti, conosco in coda alla dogana una ragazza hawaiiana in stopover a Papeete. Una sua amica l’ospitera’ per qualche giorno e con la gentilezza polynesiana sfruttando la proprieta’ transitiva (A=B B=C quindi A=C) mi offre il tetto dell’amica. Non avendo agganci in Polynesia l’occasione era unica, peccato che lo sbirro di turno mi abbia smontato lo zaino perdendo piu’ di una ora nel controllo. Fuori dalla porta, solo gli addetti alle pulizie e nessuna orma delle Hawaii. Ieri sera rincasando prendo l’ultimo sorso di rum nel discobar vicino l’ostello dalla musica elettronica. I tratti orientali incuriosiscono la voglia di scoperta, il sensuale corpo dal moviemento ritmico un richiamo; l’approcio avviene discretamente aspettando il complice segnale. In pochi minuti ci muoviamo all’unisono con il fiato rotto dai bpm. Nel momento di apice allegria un figlio di NN allunga la mano morta tra le vellutate cosce di lei. Con una faccia da incredula esplosiva mi rivolge un lapidario “non ci posso credere” dissolvendosi nella folla danzante. Senza linfa rimango a guardare i mattoni in fondo alla sala trovandomi davanti al Muro di JP Sartre. Impiegando parecchi secondi per riprendere a respirare, imbocco la via delle coperte aspirando tabacco negro.
Domani mi sposto a sud dopo essere passato dalla ambasciata australiana, presagendo complicazioni per la visa di lavoro e vacanza (working & holiday visa). La burocrazia richiede dai due ai trenta giorni per il timbro di via, ed avendo solo la scorsa settimana fatto richiesta temo non essere pronto per l’appuntamento di Melbourne di Domenica prossima. Gli scenari possibili potrebbero essere due in quanto condizione necessaria ma non sufficiente per ottenere la W&H visa e’: di non trovarsi in territorio australiano al momento della richiesta e della eventuale notifica. -Ottenere la W&H visa questa settimana, magari con procedura di urgenza e riuscire a volare rispettando i programmi. -Essere aiutato (a posteriori) dal mio limitato inglese, incappando in qualche macroscopico errore di compilazione del modulo, vedere la mia pratica cosi’ respinta, ed essere costretto a ripresentare domanda. Risolvendo il tutto in tempo reale dal link della ambasciata australiana di Roma (grazie Alessandro), come poi succedera’.
10 OttobreCon Franziska della Germania prendo un bus diretto a nord, Bay of Islands. Questa parte della terra dei Kiwi (il nome deriva dal uccello e non dal frutto) presenta colline morbide di un verde intenso risaltando gli spruzzi dei cavalli bianchi sollevati dall’aria nelle insenature sopravento. Raffiche da venticinque nodi fanno ballare il mio ciuffo da pirata. Supino sul manto erboso osservo il parto delle nuvole. L’umidita’ in arrivo dal Pacifico si scontra con la brezza locale sfornando pecorelle leggere pascolanti verso l’entroterra. L’altra notte fantasticavo sui mesi prossimi, abbozzando la possibilita’ di anticipare il rientro nella pianura del Po di qualche settimana, in caso si concretizzasse il dottorato di ricerca a Sydney per l’anno venturo. Concedendo piu’ tempo per giocare con mio nipote Lorenzo che ancora non ho visto. L’aleatorio della vita vuole che il ventisette settembre duemilasei, giorno che non ho mai vissuto per via del salto di data passando l’antimeridiano di Greewich, sia nato mio nipote Lorenzo.
La pioggia e’ battente, un centinaio di pecore si stringe a se’ sotto un grosso Kauri (albero tipico della zona). Solo un viola leggero riesce a passare il filtro delle nubi, creando un’atmosfera da Domenica in baita davanti al camino, con calice di rosso in mano. Franziska dorme appoggiata alla mia spalla con il respiro soddisfatto del sonno profondo. Le accarezzo la fronte sfiorando i brufolini da teenager e penso a come nel corso degli anni i tipici complessi giovanili di imperfezione fisica, timidezza e insicurezza vengano superati e persino dimenticati. Lungo la strada piantagioni di kiwi alternano quelle di avocado sorprendendomi di trovare (i secondi) a queste latitudioni, avendoli visti nei tropici. Ricordo il grosso albero nel giardino della casa di Massimo a Cuba con frutti da superare il mezzo kg, dove’ pero’ il clima differisce nettamente da quello della NZ. Piantero’ il primo avocado a Segrate, potendo cosi’ arricchire le gia’ colorate insalate estive, prodotte nel orticello di casa, con un sapore delicato.
Paihia, Bay of Islands NZ 12 OttobrePochi giorni prima di lasciare l’Italia, sono passato da Bergamo per una cena con amici, incontrando un avventuriero Kiwi che mi aveva parlato molto di questi luoghi. Otto mesi dopo passeggio lungo quelle colline vista mare, respirando iodio e profumo di vacca. Alloggiamo in un ostello a pochi passi dalla riva, la recente costruzione caratterizza l’odore delle stanze, assomigliando a quello della casa che abbiamo nel Monferrato. Le conchiglie scoperte dalla bassa marea sulla sabbia di Paihia riflettono la luce del sole accecando, penetrando, oltrepassando il bulbo oculare, percorrendo il nervo ottico fino ad ipnotizzare e perturbare il lavoro dei miei neuroni. In pochi istanti lascio il mio corpo e decollo per la giornaliera conversazione con il mio interiore approdando al tema chiave della …successione continua di istanti in cui si svolgono gli eventi e le variazioni delle cose [Garzantilinguistica.it], il “Tempo”.
Superato il problema della sussistenza, le nostre vite da primo mondo sono ossessionate dal tempo, dalla mancanza di secondi per realizzare un sogno che purtroppo nella maggior parte dei casi e’ destinato a rimanere tale. Durante questo periodo sabbatico, la componente spazio e’ paritetica alla lancetta dei minuti, uno degli obittivi primari era ed e’ concedermi il lusso di avere semplicemente ore da dedicare al “Per”. Per fare, per pensare, per fantasticare come mai prima le tenaglie della vita mi avevano permesso. In questi mesi a cavallo per le vie della scoperta, il bagaglio piu’ prezioso che trasporto e’ la liberta’ di degustare poco a poco il susseguirsi delle fasi solari. Alba dopo alba, con gli occhi da bambino dedico a me stesso il piu’ grosso dei regali possibili: vivere e crescere sotto i colpi del knowhow assimilato nei km, arrivando a vibrare per panorami da rubarti il respiro a caffe’ condivisi con persone che valgono la pena di essere incontrate. Il rammarico non essere in grado di teletrasportare e compartire con chi amo della mia terra, la spiaggia di Rio de Janeiro, il teatro de La Habana, gli atolli delle Fiji e le verdi colline kiwi e dare a loro, a voi la foruna di vedere e respirare emozioni che per molti neanche esistono. Con questi appunti sputacchiati su uno schermo, mi piacerebbe essere in grado di trasmettere anche un solo infinitesimo del mio digerito e riuscire a comunicare la grandiosita’ del nostro malconcio pianeta e di soffiare sulle vele dei sogni che tutti avevamo anni addietro, ma come diceva Saint-Exupery nel suo celebre Piccolo Principe, pochi (dei grandi) si ricordano di essere stati bambini (e dei sogni che avevano). Auckland, New ZealandAuckland, Nuova Zelanda 7 Ottobre 2006
Dopo una decina di giorni alle isole Fiji, dove il sole e i coralli dipingono i paesaggi di tropicale arrivo ad Auckland con un aereo della Qantas. La casualita’ vuole che in tutti i voli sul pacifico non sia mai riuscito ad ammirare il blu oceano. La notte, il posto lontano dal finestrino e persino il sonno sono i responsabili. Solo un atollo con barriera corallina a protezione delle onde distruttrici del non pacifico oceano, sono riuscito a scorgere un paio di ore prima di atterrare in NZ. La prima impressione e’ di terra UK, con societa’ ben organizzata, funzionante e bus che espongono e rispettano la tabella degli orari. I raccogli sigaretta per strada, i semafori pedonali e la regolarita’ del traffico sono i primi segni di amazzonica differenza rispetto al sud America.
Le barche a vela nella baia di Auckland, con le vele gonfie ed inclinate per l’andatura di bolina mi portano alle isole Fiji, dove i bus non hanno i finestrini; solo un telo di plastica srotolabile ti protegge in caso di pioggia tropicale. Bacinelle di acqua cadono per cinque minuti intensi, umidificando e alleviando il suolo e gli abitanti dal caldo sole. A queste latitudini (tropico del Capricorno) il sole sorge alle 6 AM e tramonta alle 6 PM, scandendo i ritmi di vita di uomini e natura tutto l’anno. Le Fiji famose per il sorriso e buon umore delle persone mi sono piaciute parecchio. Come atterraggio dopo quaranta giorni di mare non poteva capitarmi terra migliore. Caldo, mare da film, belle donne mezze nere e mezze indiane, buon cibo, prezzi contenuti e un soddisfacente contorno culturale. La vita e’ tranquilla, armoniosa e sorridente. Il fijino si accontenta di stipendi modesti pur di lavorare con il sorriso, essere rispettato e potersi concedere un buon riposo la Domenica. Incredibile come ogni persona incrociata ti mostri la dentatura bianca rivolgendoti un caloroso “BULA” (benvenuto, ciao) e molte volte ti regala un fiore con un piccolo legno nel pistillo per poterlo mantenere sopra l’orecchio. A sinistra si porta se single a destra se sposati. La Domenica e’ interessante osservare il fermento dei ragazzi/e per le vie delle cittadine con i fiori tutti sul orecchio sinistro. Come mi conferma il taxista, la Domenica escono solo i single in cerca di nuove amicizie. Le coppie dedicano il giorno del Signore alla casa, al riposo e alla propria meta’. In pochi giorni ho incontrato molte persone al punto di camminare per strada ed essere salutato con un “Bula Italiano” senza ricordare dove e quando avessi visto prima quella faccia. Nei piccoli centri, specie dove i trattamenti somatici differiscono notevolmente da quelli europei mi capita spesso di intoppare in esperienze simili.
Un altro grosso pacco con ricordi, artigianato locale e libri letti e’ partito alla volta di Milano. La spedizione economica e’ abbastanza “veloce” tre/quattro mesi per raggiungere la pianura Padana; probabilmente lo riterero’ io al rientro in Italia. Nelle settimane per mare, con i porti visitati ho conosciuto mille storie da giramondi via acqua. Case mobili spinte per il globo da venti dominanti contenenti sognatori e relizzatori di vite non intrappolate in ingranaggi insipidi. Uomini e donne di ogni eta’, di ogni paese con storie degne di passare attraverso un ciclostile o su un grande schermo. Passo molto tempo con l’amico Jack di NY sulla sua Fantasy, bellissima barca in legno a due alberi. Jack ha mollato la cravatta da manager per una ditta di chimica ed e’ scomparso su una cartina nautica ; scopro con simpatia che era dentro nello studio di fattibilita’ del nuovo asfalto magia inquinamento sperimentato in via Morandi a Segrate a cento metri da casa dei miei genitori. Nonostante ci separino molte primavere siamo in perfetta sintonia, lavorando in coppia d’attacco nelle notti per l’isola. Grazie, devo ammetterlo, anche al suo yacht confeziono conquiste importanti. Dopo settimane di mare in ramadam ormonale, una ripresa alla grande delle relazioni giovanili era fondamentale. Altri successi multiculturali e da macedonia razziale si aggiungono al libro delle esperienze.
Con un grosso sorriso e un “VINAKA VAKA LEVU” (grazie mille) saluto le isole Fiji, il piu’ bel paese fino ad ora visitato, dove come direbbe Big Man “How the world should be” (come il mondo dovrebbe essere).
Navigando per il PacificoConosco il capitano a colazione il 24 Agosto, baguette con burro e marmellata vista areoporto di Papeete (17° 32’ N, 149° 34’ W), Thaiti Polynesia Francese. Con i piedi appoggiati allo zaino sotto il tavolo degusto il caffe con latte e cosi’ per caso scopro che sta salpando per un mese nel Pacifico. Il fine del viaggio e’ depositare quindici boe per studi sulle correnti, salinita’ e temperatura a mille metri di profondita’. Il commissario del lavoro e’ l’universita’ della California, con a capo del progetto la Dott.ssa Justin. Ricercatrice di suddetta universita’. Il lavoro in realta’ e’ molto semplice, buttare a mare scatoloni con dentro le boe a determitate coorditate dopo averle testate. Il viaggio in totale copre tremilaseicentosessantasei miglia nautiche circa cinque mila km, piu’ o meno la distanza tra Londra e New York. Da Thaiti con prua verso nord fino al punto dove l'accelerazione di Coriolis cambia di verso (equatore), poi verso ovest per mille miglia e giu’ per altre mille miglia fino a Western Samoa per terminare seicento miglia a ovest alle Fiji. Il tempo di spalmare un’altra fetta di pane con burro di arachidi e prendo la decisione. Saro’ il primo ufficiale del viaggio. Quello che cio’ significhi lo scopriro’ piu’ tardi ma l’idea mi piace. Riesco a malapena a chiamre la donzella francese che lavora su un atollo per dirle che non andro’ da lei ma prendero’ una barca verso nord. Quella del atollo era una simpatica opzione, lavorare qualche settimana come cacciatore di perle. Thaiti come gran parte delle isole del sud Pacifico e’ famosa per le sue perle nere di ottima qualita’ e di gran valore economico. Dopo un paio di giorni con la biondina con il naso alla parigina tra spiagge e bevute mi giunge la proposta di andare con lei e un suo amico su un atollo a mille km a nord est di Thaiti a caccia di perle. Il romanticismo del lavoro, la buona paga, il paradiso del mare e l’ottima erba come premio per le perle piu’ grosse, sembrano un boccone appetibile. In effetti al momento di salpare, qualche dubbio l’ho avuto. Un mese per mare con un catamarano di sedici metri, senza nulla attorno che non oceano blu, gabbiani e pesci che volano, da una parte e atollo dall’atra… prendere la palla al balzo e non farsi scappare le occasioni della vita. Da tanto cercavo una esperienza per mare di queste dimensioni, in piu’ come primo ufficiale o "First Mate". Avrei preferito un barca a vela magari in legno a due o tre alberi, ma va bene lo stesso. Gli altri membri della crew, sono quindi: il capitano Grham biologo della universita di Oxford, la giovane ricercatrice Americana e Guilbert, soprannominato da me Big Man(BM). Uno e novanta per centoventichili, mulatto e panzuto delle isole Fiji. E pensare che la notte prima di conoscere lui e il capitano, in ostello non ho chiuso occhio per un bisonte che russava tanto forte, che tutti gli occupanti erano svegli e si lamentavano. Invano lanciavamo ciabatte e asciugamani per far smettere di tremare tutto sotto il respiro amazzonico di Big Man. L’idea di dividere la cuccetta con lui non mi faceva impazzire, ma poi risultera’ un non problema per via dei rumori di bordo, quali motore, onde, scricchiolii, vento e persino il volume al massimo dei film del capitano. Passa velocemente la prima settimana a Thaiti tra l’ostello e le spaigge, ma in parte sono deluso per la sola mezza bellezza del isola che si presenta industrailizzata. Fortunatamente e' armoniosa e dal calore polinesiano, con le donne dagli occhi pungenti e gli uomoni dalle braccia da gorilla, l’energia dell’isola si sente ma non come aspettavo. Troppa europa, troppe machine da decine e decine di migliaia di euro, gente sorridente ma con occhio sospettoso, la barriera della lingua, il francese e persino il tenore di vita da dare preoccupazione ad un abitante della City... Rimaniamo al molo di Papeete per quasi una settimana, aspettando il nulla osta delle autorita’ portuali, cercando con avvocato al seguito di risolvere un problema burocratico apparentemente senza soluzione. Carichiamo la barca con scorte di cibo e carburante da grande impresa: sessanta litri di latte, venti kg di riso, cento scatolette di verdura, frutta e carne, duemila litri di acqua potabile, cinquemila litri di gasolio, un km di feeshingline, un generatore e persino una saldatrice. Con la barca bilanciata e con la linea di galleggiamento "molto bassa" lasciamo il porto di Thaiti con sole splendente ma con vento teso. Il mio stato d’animo e’ di contentezza e confusione. Rimango per quasi tre ore a guardare la costa che si allontana, con gli occhi lucidi e il respiro singhiozzante. Un’altro sogno si sta avverando, ma ho qualche dubbio sulla durata dell’esperienza. Trenta giorni per mare con gabbiani e uccelli migratori come unica compagnia, mi lasciano perplesso. Big Man che ha speso parecchi anni sul suo peschereccio per le acque dei tropici capisce e senza parlare mi sorride. E’ incredibile come tra me e lui si sia instaurato un rapporto di amicizia cosi velocemente, mi ha preso sotto la sua protezione, si preoccupa che io sempre stia bene, sorrida. Ogni volta che gli sguardi si incrociano con il pollicione da tre kg mi fa segno che e’ tutto ok. Un’atro punto interrogativo riguardava la vita a bordo. Quattro persone in un ambiente di poche decine di metri quadrati per quattro settimane e’ cosa da grande fratello. In realta’ si e’ rilevato un non problema in quanto i turni, i relativi riposi e persino gli angoli di meditazione sono sufficienti per non creare nessun attrito. Va sottolineato che tutti hanno alle spalle una considerevole esperienza per mare che smussa gli spigoli e facilita la convivenza. Io lavoro dalle due di notte all’alba e dalle due del pomeriggio al tramonto. Il resto del tempo suono la chitarra, dormo e pesco. Sono diventato quasi un esparto nel issare a bordo tonni mediamente superiori ai sette kg, ma soprattutto a preparare le feeshing line (lenze). Big Man mi dice tutto cio’ che devo sapere sulla pesca d’altura in poche lezioni e gia sforno le mie prime lenze e i primi risultati. Sono rimasto stupito della differenza di tecnica tra la pesca di piccola taglia e quella di grossa; pensavo essere solamente una questione di proporzione dei mezzi utilizzati ma ci sono dettagli interessanti. Big Man in un pomeriggio di sudato lavoro ha costuito una cuneo di legno che collegato alla lenza permette di far stare in profondita l’esca al traino e quando il pesce abbocca portarlo in superficie. Per pesci superiori ai venti kg vi e’ il rischio di perdere tutto per via della forza che esercita il pesce con il suo peso e la resistenza dovuta alla velocita’ della barca, quindi sono di fondamentale importanza, l’accuaretezza e i dettagli nella preparazione delle lenze, i materiali utilizzati e persino il tempo per strapparlo dalle profondita’. Una cosa che non riesco ancora a fare e non penso di riuscirci mai e’ dare la stangata sulla testa per ammazzare il bestione pescato. Ho provato piu’ volte ma quando la mazza e’ a due millimetri dalla testa rallenta quasi fermarsi, cio’ e’ di peggiore effetto in quanto il malcapitato pesce sopperisce lentamente. BM senza esitare con un colpo secco e preciso fa il suo lavoro. Abbiamo trovato un accordo: io faccio tutto, dalle lenze alla squamatura e lui da il colpo di grazia. Giorno dopo giorno, con la routine apprezzo i turni al timone, le notti a guardare la luna con il binocolo, a pulire cipolle e soffriggere pomodori in scatola. Ho imparato a fare il Te’ come lo berrebbe Sua Maesta d’Inghilterra grazie ai maniacali consigli del capitano di sangue inglese e persino a navigare guardando le stelle. Per sopravvivere o meglio riuscire a vivere tante settimane di volontario isolamento in mare ho scoperto esserci una soluzione banale: non pensare al tempo che rimane ma semplicemente vivere il momento, pensare a corto periodo, concentrarsi su cio’ che si sta facendo e sui compiti che bisogna adempiere. Con questo semplice trucco riesco giorno dopo giorno ad alzarmi con il sorriso e coricarmi stanco morto ma contento. Mediamente ogni due giorni vi e’ la fibrillazione della preparazione della boa di turno, slegare i mille nodi che assicurano una ferma posizione agli scatoloni dal valore stratosferico, ogni boa costa trentamila dollari americani, portarla a poppa via, tagliare i sostegni in plastica, e aspettare l’urlo del capitano che indica il momento giusto per buttarla fuori bordo. Lo scatolone, sotto le carezze delle onde in pochi minuti si dissolve liberando il cilindro e lasciandolo cosi’ cadere in profondita’. Ogni cinque giorni riemerge e via satellite transmette i dati alla universita’ della California, prima di ritornare negli abissi. Parlando con Justin scopro che il governo degli Usa ha intenzione di piazzare una boa ad ogni grado di latitudine e di longitudine. Rapidamente la mia mente perversa da ingegnere cerca di capire quanto costi questa operazione: ogni boa trentamila dollari moltiplicato per centottanta gradi di latitudine e per trecentosessanta di longitudine…la cifra e’ fuori dalla mia capacita’ di calcolo, ovviamente bisogna aggiungere il costo per la deposizione in loco della boa, che si aggira ai duemila dollari al giorno…abbastanza per capire che magari non si studiano solo le correnti ma forse si monitorizzano anche con un piccolo sensore i movimeni negli oceani di tutto il mondo. Come direbbe un amico di Napoli, "fatti i cazzi tuoi e campi cento anni", eseguo le indicazioni del capitano e faccio i turni al timone per portare la barca esattamente al punto richiesto. Ogni giorno con BM inventiamo un piatto per la cena, un misto tra cucina europea e polinesiana, pesce, carne e verdure con spezzie a me non note. Ore e ore a guardare il mare, navigare a cinque nodi (nove km/h) ma volare con la mente a velocita’ folli, passare da un continente all’altro, dal sorriso di un amico all’altro. Il mese trascorre lentamente ma mai e’ un peso il blu del mare, la mente sembra adattarsi perfettamente alle condizioni aleatorie della vita. Come oramai ho capito, nulla eccetto noi stessi possimo decidere se soffrire o gioire della stessa esperienza. Nulla al di fuori della nostra persona, del nostro cervello, sono i soli responsabili e gli unici che ci aiutino nel momento dello sconforto. Dai testi di Roma emerge una frase appropriata: aiutati che Dio ti aiuta. Non sono religioso, ma penso sia la unica soluzione, noi stessi siamo gli unici muratori del nostro stato d’animo, del nostro futuro e ovviamente i responsabili del nostro passato. Ci sono casualita’, avvenimenti, circostanze che non possiamo controllare, ma possiamo e dobbiamo gestire al meglio. Nelle migliaia di miglia navigate ho il tempo di pensare a cosa fare da grande, che direzione prendere nel futuro e quindi che stile di vita vivere. Dopo piu’ di trenta paesi attraversati, due continenti, due oceani in anni di vagabondaggio con lo zaino sulle spalle, penso finalmente aver chiaro cio’ che voglio fare nei prossimi cinque anni. Grazie alla possibilita’ concessami dal prof. della tesi del Politecnico, si apre un nuovo mondo ai miei occhi: la possibilita' di un dottoroato di ricerca presso l’universita’ di Sydney Australia, quello che ancora devo capire sono le tempistiche. Spero poter iniziare a Settembre prossimo, avendo cosi’ il tempo di rimanere a Milano qualche mese dopo il rientro previsto per fine febbraio duemilasette. Fantasticando vorrei riuscire ad effettuare questo nuovo ciclo di approfondimento culturale in Australia e allo stesso tempo lavorare e con i risparmi che mettero’ da parte comprare una barchetta a vela, e tornare in Europa via mare. Con il GPS cartografico della barca passo molte ore a guardare rotte, miglia, canali e persino i fari e fanali dei porti tra Sydney e Genova. Sono miglia piu’ miglia meno diecimila miglia nautiche, che corrispondono ad un viaggio senza fretta di sei mesi. Come Live Motive non mi sembra male. L’ennesimo tramonto mi sorride da ovest, l’acqua che bolle sul fuoco per il te di Ghram indica che sta finendo il mio turno. Oggi per la contentezza della vista del mio primo atollo ho stappato un’ottima Vailima, birra di Samoa, con la bottiglia verso l’alto dico "manuia" (salute in polinesiano) al gabbiano che mi guarda dal oblo’ sopra il timone. Il sapore e’ di bionda, ma la ruggine del tappo lascia un amaro in bocca non piacevole. Il Tango di Hercor Varela e’ una strana ma piacevole colonna sonora per le sfumature del orizzonte, il vento teso da sud ovest sballotta la barca ma non perturba lo spettacolo della natura. Con gli occhi impastati dal sonno cullato dall’onda lunga del Pacifico, ascoto le istruzioni per questa notte di guardia, particolarmente delicata per via della prossimita’ e relativo slalom di reef(barriere coralline) affilati come coltelli. Con tutti gli strumenti disponibili dalla tecnologia accesi e con gli allarmi inseriti siedo al posto di comando. GPS semplice, GPS cartografico, Deepsounder (profondimetro), Radar e bussola sono gli strumenti con i quali portero’ la barca fino alla imboccatura della baia di Nandi Airport a Viti Levu la maggiore isola delle Fiji. Dopo tante notti, praticamente tutte, al timone sono contento aver trovato il piacere di essere immerso nel buoi piu’ assoluto, e con la pace dentro ed intorno a me far scivolare dolcemente le trentacinque tonnellate del catamarano verso il prossimo punto di riferimento. Almeno una stella cadente per notte mi strizza l’occhio dal alto. Ricordo ancora la prima notte di guardia quando con le perplessita’ sulla decisione presa in mente vedo una scia di luce attraversare il blu sopra la mia testa da est a ovest, tutto l’orizzonte tracciato dalla coda di un meteorite entrato in contatto con l’atmosfera. Rapa Nui Isola di pasquaRapa Nui Isola di pasqua Cile Agosto 2006
Milleottocento km a ovest di Santiago de Chile, stessa bandiera rossa bianca con stella. L’Isola di Pasqua appartiene culturalmente al triangolo polinesiano, con la sua posizione ad est. Insieme alle Hawaii a nord e alla parte Francese a ovest questa parte di mondo offre una collana di fiori ad ogni viaggiatore che vi approdi. Rapa Nui come la chiamano gli autoctoni e’ stata scoperta in tempi relativamente recenti da un navigante olandese nel giorno di Pasqua del 1722. Le poche centinaia di persone che abitano l’isola parlano mal volentieri lo spagnolo, e non si definiscono cileni ma Rapa Nui. In effetti con il Cile condivide la bandiera e la capitale, qualche palata di pesos di sovvenzione annui e nulla piu’. Occhi tagliati alla orientale, naso schiacciato grosso alla base, pelle caffe’ latte e alta statura. Capelli lunghi lisci neri, portati a coda di cavallo con un fazzoletto colorato. L’arrivo via Santiago dopo un paio di giorni per recuperare le forze annientate dallo snowdoard sulle Ande e’ veloce. Il primo “bienvenido” sull’isola lo ricevo dalla poliziotta che con due baci e un sorriso mi colloca la mia prima collana di fiorni al collo. Trovo alloggio in un camping sul mare, il prezzo e’ accettabile ma il vento da ovest si fa sentire presagendo stangate economiche in arrivo. Due giapponesi, uno di Taiwan e una ragazza cilena arrivata due anni orsono per un weekand e mai ripartita, sono gli ospiti del camping. Rapa Nui per le condizioni climatiche, dimensione e calore degli abitanti mi ricorda Gran Canaria, dove ho vissuto due anni grazie al programma Erasmus di interscambio di studenti dentro le frontiere europee.
La brezza di mare muove le palme lungo la costa frastagliata di origine vulcanica dove gli unici due promontori sono scalabili in un paio di ore, offrendo come ricompensa un grazioso panorama da cartolina con laguna nel cratere spento e dell’isola intera. Un centinaio di Moai, statue in pietra lavica di notevole dimensione sono disseminati per l’isola. Considerando che la scoperta del attrito volvente e quindi della ruota e’ arrivato con le prime navi dei viaggiatori europeri, i Moai venivano trasportati a spalla. Per cercare di dare un sollievo alle povere schiene dei forzuti trasportatori, suppongo il fattto di avere la pietra lavica un peso specifico inferiore ad una roccia comune (per via della struttura a spugna) abbia giocato un ruolo importante. Il sapore mistico delle statue, i luoghi dionisiaci con cornice il blu del Pacifico, aiutano la mente a trovare il punto Zen. L’alimentazione a base di tonno crudo e di guayabe frutta dolce simile nel aspetto al limone, che cresce in abbondanza, sono sufficienti per dare energia al mio fragile fisico. Mi ha affascinato il calore e semplicita’ dei locali che con spontaneita’, condividono il piatto di riso e la bottiglia di vino. A malincuore, ero stato abituato negli ultimi mesi in sud America ad uno stato di allerta permanente, come direbbe mio nonno a dormire con un occhio aperto, per colpa dei non pochi avvoltoi appollaiati ovunque. Trovare un clima sociale piu’ rilassato e amabile e’ apprezzabile. A Rapa Nui dove grazie si dice “mauruuro” e salute “manuia” come nel resto della Polinesia, l’uomo uccello e’ ancora oggi un mito presente, si nuota ancora tra la base del vulcano Rano Kau a sudovest e l’isola di Motu Nui a pochi km di distanza come prova di abilita’ fisica. Chi e’ piu’ veloce degli squali, abile scalatore e fortunato cacciatore di uova del uccello Manutara Sterna Fuscata (uccello migratore che depone solo sulla piccola isoletta di Motu Nui) e riesce a riportare intatto l’uovo sara’ protetto per sempre dagli Dei, diventando Uomo Ucello.
Per girare l’Isola di Pasqua di pochi km di diametro bastano una buona borraccia di acqua e sandali comodi. In alternativa domare e cavalcare uno dei tanti cavalli che scorazzano liberi come i cani per le vie di Siviglia. Dopo un paio di ore di camminata sotto un sole leggero prima e una pioggerellina irlandese dopo, ho optato per il vecchio e fedele pollice verso l’alto per tornare al camping. Saluto i nuovi amici ad una grigliata che organizzano per la mia partenza con ottima carne e birra cilena. Si ride e si scherza, ma si affrontano “serie” tematiche quali: l’identita’ culturali, l’indipendenza territoriale e il grosso problema che essendo oramai tutti parenti sono costretti ad attingere a DNA esterni per poter proseguire la tranquilla vita Mohai. San Paolo e Rio de Janeiro, BrasileSan Paolo 2 Agosto 2006
Il salto termico tra la foresta e S.Paolo mi procura dolori tra le scapole, fitte intense ad ogni colpo di tosse o movimento. Mangio una volta al giorno al bar sotto casa, menu’ da impiegato con succo dal nome esotico. Un paio di sere in locali alla moda, ballando musica elettronica fino a che le gambe non tradiscono e contento rincaso con il sole allo zenit. Converso con una nota modella brasiliana che presentava lo scorso inverno un programma di intrattenimento su una rete nazionale italiana e posato per un calendario “for man”. Mi ha stupito la sua altezza, una ventina di centimetri piu’ di me, (tacchi inclusi) e la sua semplicita’ ed allegria.
La citta’ e’ un caos le 24 ore, venti milioni di persone vivono su una superficie tanto grande che ci vogliono parecchi minuti in aereo per andare da punta a punta. I cittadini indaffarati nel vortice quotidiano, mi sono apparsi di un altro pianeta rispetto a quelli del nord del Brasile, piu’ freddi, piu’ di fretta, piu’ incazzati ma piu’ civilizzati. S.Paolo grande metropoli multietnica, con la piu’ grossa comunita’ giapponese al di fuori delle frontiere nipponiche assomiglia per i difetti a Milano. Molti europei, nord americani a S.Paolo per business, studio, vacanza.
Al D.Edge, locale notturno ho incontrato quattro ragazzi di Segrate, paese alle porte di Milano dove sono cresciuto, ridiamo per la simpatica casualita’ e interessato ascolto i loro timori sulla megatropoli brasiliana, troppo di tutto il loro commento. Disquisiamo di universita’, differenze tra pubblica e privata, i ragazzi sono davanti alla ardua scelta di quale passo fare e in che direzione dopo la maturita’. Riporto le mie riflessioni ed esperienze dirette ed indirette tra le aule universitarie.
La parte ricca di S.Paolo e’ un’isola in un mare di baracche e degrado. Guardie armate, pubbliche e private, fili elettrici, telecamere, muri di cinta e inferriate sono la protezione per il dieci percento della popolazione che possiede il macchinone. Bande di ragazzini monopolizzano le vie al calar del sole, gli spostamenti fino all’alba avvengono solo in taxi sempre che l’autista ti porti. In mezzo alla contaminazione, tra una particella di micro polveri e l’altra incontro i lavoratori onesti notturni, ramazza alla mano, tuta fosforescente spingere un carretto. Con cuffiette per la musica nelle orecchie percorrono isolato dopo isolato tutta la citta’ raccogliendo ogni anno tonnellate di scarti lasciati distrattamente per strada dai frenetici abitanti.
Rio de Janeiro Cielo uggioso simile a quello novembrino della madonnina, la pioggia leggera non scalfisce la camminata con infradito e maglietta a maniche corte dei cittadini indaffarati nei compiti quotidiani. Con un occhio alle nuvole e l’altro a dove si mettono i piedi si aspetta che la pressione e la colonnina di mercurio aumentino. Trovo facilmente la casa di Ricardo studente di teatro della provincia di Manaus, amico di Christina di Milano. Speravo e pensavo di trovarla dietro la porta della palazzina a Copacabana, anche lei in viaggio post laurea, ma e’ ancora alle cascate di Iguazu, arrivera’ due giorni dopo. Converso con Ricardo, ragazzo timido attore giocoliere, musicista. Rimaniamo ore a strimpellare la chitarra, canzoni di Bossanova. Muovo le dita come un pazzo concentrandomi nella sequenza e posizione sui tasti, riuscendo in serata ad eseguire il pezzo “Garota (ragazza) de Ipanema (quartiere a sud della spiaggia di Copacabana)” in modo eccellente... Con Elena amica di Christina a Rio per la tesi in Cooperazione internazionale pascoliamo alla Lapa, quartiere Bohémienne a dieci minuti in bus da Copacabana. Baretti, ristoranti dai tavolini sul marciapiede e fiumi di birra e cachaza il distillato dal sapore di Samba nei bicchieri, suonata da negretti curvi sugli strumenti dalla goccia di sudole sulla tempia. Tra i culi a ritmi sostenuti che si muovono tra le luci basse del “Democratico” samboteca, cerco invano di abbozzare il passo base della Samba, ma a differenza della Salsa la velocita’ di esecuzione e’ tale da non permettermi di capire nemmeno a livello teorico la sequenza dei passi da eseguire. La negretta/professoressa inprovvisata che cerca di far sciogliere i miei muscoli tenendo lei il ritmo con il suo bacino contro il mio e le sue mani sui miei reni, ride del mio fracasso, ma non demorde.
Con sorpresa il caldo sole mi bacia dalla finestra mentre lentamente il motore diesel del mio corpo si prepara ad alzarsi dal materasso poco prima di mezzo dí. Lunga camminata sul bagno asciuga di Copacabana respirando iodio e radiografando le fanciulle in relax. Nel pomeriggio prove di rock in un garage di Ipanema con amici di Elena, ipnotizzato dal rapido movimento delle dita del chitarrista accarezzo la mano di Christina che finalmente e’ arrivata. Camminando per le vie di Rio con il segno del sole sulla pelle respiro l’allegria del brasiliano che pur squattrinato sorride alla vita. Conosco quattro ragazzi di Firenze, bellocci, forzuti in cerca di cuori da rubare. Simpatia e tenerezza i sentimenti conversando con loro, nonostante qualche viaggio fuori dal Bel Paese alle spalle non avranno vita facile in Brasile. Portafoglio facile, vizzi da appagare, esattamente quello che non ci vuole adroad, troppi gli avvoltoi pronti a togliere una ad una le piume del volatile turista. Occhio vigile e sensi attenti per cercare di avere notti tranquille e la consapevolezza di fregature possibili per non rovinarsi lo stomaco.
Passo molto tempo con Christina e per la prima volta entrambi non dobbiamo adempiere ad obblighi accademici rilegando i momenti di condivisione ad un secondo piano. Passeggiate, pranzi, cene, bevute e scambi di effusioni ovviamente con ritmo brasiliano. I giorni assieme sono stati fantastici e quasi inaspettati per via della intensitá delle emozioni intercambiate. Rivivere ricordi non screpolati dai Km e consolidare un affiatamento nel tempo é stato bello. L’unico rammarico il veloce saluto sotto la pressione del cocchiere per l’aeroporto, solo un braccio dal finestrino e occhi umidi come arrivederci.
Cinque ore di volo per arrivare a Santiago de Chile, ottima cena a base di salmone e puré con vino rosso della VI regione prima di crollare di sonno sul letto a casa della familia che mi ospito gentilmente a marzo.
A volte mi sorprendo delle situazioni assurde che auto creo. Chiamo Pablo il fratello di Valentina per cominicare che sto arrivando a casa sua, pur sapendo di non ricordarmi l’indirizzo, non lo chiedo. Passeró piú di una ora, come un imbecille sotto la pioggia a 6ºC con pantalone corto e i piedi fradici per via dei sandali ad infradito, zaino in spalla e chitarra appesa alla spalla per trovare un dettaglio, un riferimento che mi facesse ricordare la strada per arrivare da Pablo. Finalmente mi viene in mente un punto di facile individuazione dal quale una volta localizzato mi sapró orientare. Un vecchio edificio governativo crollato per un incendio pochi mesi orsono, chiedo le coordinate ad una signora distinta con ombrello grondante. Mi illumina sulla via da seguire per arrivare al edificio diroccato sconsigliandomi di dormire dento perché pericolante. Guardandomi le sorrido e arrivo alla casa in pochi minuti. Il fatto di non ricordare l’indirizzo é fisiologico ma non (ri)chiederlo no. Ho cercato di dare una spiegazione a me stesso alla domanda che mi farebbe Michelle, da psicologa, del senso di tutto ció, penso la risposta stia nel fatto di voler rimarcare di potermela cavare lo stesso e di essere masochista. Puó essere perverso come raginamento, quasi follia, ma cosí é! Forse é il solo divertimento di “risolvere” e il piacere di passeggiare per le vie deserte sotto le piccole gocce di acqua in caduta dal cielo uggioso.
P.S. Vorrei ringraziare tantissimo Luiggina di Montevideo, per il pacco regalo che ha recapitato a casa della sorella di Pablo.
P.S. Vorrei in oltre chiedere scusa a tutti i miei contatti della e-mail per via dello spam che li ha bombardati con mail dal titolo lovehappens.com aiuta fabio a trovare l’amore... |
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