fabio 的个人资料Fly Around the World照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
Madison, Wisconsin 22 Marzo 2008Madison, Wisconsin 22 Marzo 2008 Stavo bevendo tequila con Diego e Luis, amici messicani, in un grazioso bar a Down Town Lincoln giovedì sera, quando una ragazzina cinese alta poco piu’ di un metro e cinquanta irrompe nella conversazione e chiede se ci vogliamo unire al suo viaggio di tre giorni verso nord. Come un investigatore privato alla ricerca dell’indizio impossibile, cercavo invano da giorni di trovare un volo compatibile con la mia carta di credito, per una meta nuova e possibilmente assolata. Colgo la proposta della cinesina, come acqua fresca dopo una sbronza.
Una tormenta di neve ci coglie nel mezzo del cammino, e vedere scorrere dal finestrino bisonti a sei assi, sfreccianti piu’ dell’utilitaria sul suolo ghiacciato mi ha insegnato a guidare e non frenare, mai.
Con gomme normali, guidare sul manto innevato e’ possibile, basta non modificare la traiettoria e la velocita’. Per chi non rispetta la roulette russa della strada, i prati paralleli sono la via di fuga naturale. Un carro attrezzi, con un cavo d’acciaio lungo decine di metri provvedera’ a rimettere l’autista e il suo mezzo sulla statale trentanove. Non pochi i camion, le macchine e persino le grandi Jeep a quattro ruote motrici condannate al fuori programma. Ci fermiamo per una fetta di torta e un Porto ad un ristorante italiano a Saint Paul a trecento miglia a nord ovest di Chicago. Per la notte un comodo letto a una piazza e mezza al nono piano dell’Hilton di Madison e’ un buon premio per i chilometri percorsi senza grossi problemi. Cena italiana, ottimo vino e limoncello (il liquore) finale. Esploro la vita notturna della graziosa cittadina come centinaia di altre volte. Cartina alla mano, tabacco tra le labbra e macchina fotografica per immortalare un dettaglio o un sorriso. Incontro persone, scambio parole e quattro salti nell’unica discoteca aperta. Sfortunatamente non e’ pienissima per via delle vacanza pasquali, ci si diverte ugualmente. Cammino delicatamente, come un equilibrista sulla fune al circo, sul marciapiede ghiacciato. Lo stato di ebbrezza facilita il compito compensando lo sbandamento causato dall'assenza di attrito sotto i piedi.
Anche se le condizioni ultimamente stanno migliorando, non sono ancora al cento per cento di me stesso. L’energia per vivere come so fare, non e’ ancora arrivata, ma penso e spero non tardi molto. La situazione precaria emotiva, finanziaria, e d’inserimento sociale non mi rende il Fabio Fax che tutti conoscono, ma noto, come a volte basti iniziare la giornata con il piede giusto per essere allegro. I programmi di viaggio sono cambiati ancora, la cinesina e’ stata scaricata per non rischiare di finire come lei isterico e fuori di testa. Del sorriso contornato dal rosso del rossetto, rimane un ricordo. Alloggio all’hostelling internetional di Madison che si presenta come una mediocre ma carina pensione per viaggiatori, anche se di globetrotter neanche l’ombra. Piccola palazzina a tre piani, in legno colorato. Una trentina di letti, dei quali occupati una decina, per lo piu da signore dal capello color latte e andatura asincrona per l’usura del tempo. Il ragazzotto biondo della reception sembra un pezzo di modernariato rispetto alla mobilia e alla Silver signora internauta che siede alla postazione di controllo in salotto. Per caso noto che la lista delle chiamate sul cellulare risalenti alla notte scorsa e’ lunga, sia il caso buffo che non ricordi di averlo usato. La frequenza delle chiamate in entrata e uscita aumenta con l’avvicinarsi dell’orario di chiusura della discoteca, fatto molto interessante. Speravo di recuperare indizi dalla rubrica, un nome, un riferimento, ma nulla. Spinto dalla curiosita’ pigio sulla cornetta verde un numero a caso del Wisconsin. Una giovane voce femminile in spagnolo mi saluta chiamandomi per nome. Ci sarebbe voluta una fotografia per scannerizzare la mia faccia ricoperta di stupore. In quel caso, ammetto di aver bleffato, e proseguito nella conversazione come nulla fosse cercando di scovare tra gli annebbiati ricordi la provenienza di quella voce latina. Dalla conversazione che ne e’ emersa, e dopo presa visione del contenuto della sim card della macchina Con le gambe pesanti, come dopo la finale della Coppa dei Campioni siedo nella lounge dell’ostello di Chicago. Stessa catena, Hostelling International, ma distante quattro ore in bus da Madison. Il brusio nell’aria mi perturba, non essendo compatibile con il mal di testa che mi accompagna da questa mattina. Forse la sveglia presto e le poche ore di sonno sono la causa. La serata per locali con il biondo dell’ostello si e’ rilevata interessante. Sono stato introdotto tra i suoi amici come Fabio il viaggiatore, e stimolanti conversazioni intavolate su tematiche di politica economica e soluzioni energetiche compatibili con uno sviluppo sostenibile. Il gruppetto di capelloni antimilitaristi e’ simpatico e culturalmente avanzato rispetto alla media dei coetanei. Propieta’ di linguaggio, tesi supportate da testi e pubblicazioni scientifiche e cognizione di causa alle quali non ero piu’ abituato a confrontarmi. Mi ha fatto sorridere la storia di un loro amico, gestore di un locale notturno, che e’ stato in villeggiatura al penitenziario della contea in quanto moroso con il fisco. Negli ultimi tre anni si e’ rifiutato di pagare le tasse per non contribuire al finanziamento delle operazioni militari in Iraq e Afganistan. Si puo’ chiamare anche questa disobbedienza civile? Una versione piu’ accurata di tale disobbedienza potrebbe essere quella di versare ugualmente il proprio contributo al fisco, ma omettendo la relativa quota di finanziamento a suddette missioni militari.
Con il dorso delle mani congelato per il vento, mi accendo tremolante una sigaretta liberando la vista fino all’infinito. Da molte settimane, troppe, desideravo non avere nulla davanti al mio naso se non una distesa infinita di particelle di idrogeno e ossigeno (acqua). Il vento perfettamente allineato con l’asse del lago, solleva umidità che accarezza il mio viso, e come la doccia fredda dopo una sauna, rinvigorisce i mie capillari assonnati dal riscaldamento sovradimensionato dei locali pubblici.
Chiamano il mio nome, e’ ora di imbarcarsi. Fine dello spring brake, giorni carini, neve, sole, vento e chilometri macinati all’insegna della CO2. Non può nevicare per sempre.
Non può nevicare per sempre. Ebbene si, finalmente la primavera sembra essere arrivata, sia climatica che interiore. Il letto nuovo mi coccola la notte e durante la siesta post pranzo. La bicicletta rossa e’ il mio cavallo di razza per le scorribande nelle praterie di Lincoln. Ho scoperto una famiglia di scoiattoli abitanti sull’albero davanti la finestra di camera mia. Insieme alla natura mi sveglio poco dopo le sette, il sole morbido mi accarezza sul cuscino zebrato dall’ombra delle persiane. La vita sembra ricominciare a sorridere. Positivi i giorni a Washington, i quali ridanno ossigeno e calore al mio spirito screpolato dal vento da nord. Il primo esame portato a casa, il progetto sui mulini che prosegue e i club notturni dal colore nasty. Sorseggio rum and cola allo Zoo bar, la versione yankee del Baraonda. Capelloni con la chitarra in mano si esibiscono in open stage, palco aperto, tutti i giorni, dal lunedì al lunedì. Divine signorine dalle gonne svolazzanti ballano a ritmo di blus e il rum scorre a fiumi. Inizio a partecipare attivamente a quello che i locali chiamo after party. La night life, purtroppo finisce molto presto, alle 0100 di notte, ed essendo io drogato di luna e stelle…come si dice in spagnolo no puede ser… cosi piano piano mi inserisco e capisco come anche i nebraskesi facciano casino fini a tardi… Ska-ska nell’aria, musica che ti penetra e un poco come i Fratelli di Soledad anni addietro cantavano…io sono un duro, io non ballo! ma alla fine non riesci a stare fermo….cosi mentre sputacchio lettere sulla tastiera il mio corpo si muove all’unisono con la pelle della batteria…
Forse oggi, dalla prima volta che sono in US, mi sento ok. E sono contento, per festeggiare dico mannaia alla polinesiana, e saluto chi incrocia il mio occhio da felino. Oggi c’e’ il sole ed e’ un bel giorno, forse si ricomincia a cantare e a sognare, e a vivere. Dopo pranzo, mi distendo sull’erba con i piedi al vento. Mi appisolo per quasi un’ora e mi sveglio sotto i colpi del ronf-ronf del mio naso. Leggere goccioline di sudore si staccano lentamente e percorrono come una moto sulle dune di sabbia della Parigi-Dakar le mie costole fino a perdersi assorbite dal cotone della maglietta. Apprezzo tale sforzo della natura di normalita’ e nonostante le piante siano ancora immobili, in realtà dentro sono verdi e la linfa si sveglia dal letargo. Quelle poche decine di minuti di esposizione al calore naturale del sole sono stati come una pastiglia di vitamina. Assonnato pedalo per le strade e approdo al Coffee House, un grazioso caffe’ dalle luci dolci e musica nell’aria. Il caffe’ dei Caraibi nei contenitori alle pareti emana fragranze lontane ed esotiche.
Speravo di poter prendere un aereo e sparire per qualche giorno su banco di corallo ai Caraibi, e sorseggiare succo naturale estratto da un cocco appena caduto. Dico speravo in quanto, il lavoro e le condizioni economiche mi tengo legato a Lincoln. E la situazione si tinge di assurdo. Ora che potrei prendermi una parentesi di respiro, non vi sono le condizioni. Considerando il piacere di ingegnarmi nel problem solving, ho fatto un programma dettagliato di lavoro, in modo da adempiere con gli obblighi per meta’ settimana e cosi riuscire con mezzi di fortuna a dirigermi verso sudovest. Direzione oceano! Brunello di Montalcino
I giorni passano lentamente e come la sabbia in una clessidra granello dopo granello scorre via non curante del suo intorno. I miglioramenti attesi dai cambiamenti climatici rallentano per una perturbazione da nord che ricopre il cielo di cristalli di ghiaccio e sballottati dal vento si ficcano da per tutto. Vomito su una tastiera quello che mi bolle nello stomaco, come un paziente sdraiato dallo psicanalista. A ruota libera tiro fuori il rospo che turba questa terra insipida. L’individualismo estremo che caratterizza questo paese, lo ricopre di una tristezza inimmaginabile anche per uno dal mappamondo facile come me. Come una piccola imbarcazione in balia delle onde arrabbiate, cerco invano di mantenere la barra del timone ferma, per salvare la rotta. Anche se a volte può essere saggio oltre che una necessita’ di sopravvivenza rivedere il percorso pianificato. Il sole si alza dolce e tra le fessure della persiana e mi da il buon giorno. I primi minuti di doccia sono per cancellare i resti del rum della notte precedente. Mentre infilo un calzino sorseggio tisana al gelsomino, per rigenerare la bocca felpata impastata dal tabacco. Minuziosamente annodo la cravatta comprata su una bancarella ad Hongkong con l’etichetta Made in Milan, infilo gli scarponi da neve e con una sigaretta tra le labbra mi avvio al Buco senza finestre del mio ufficio al terzo piano del dipartimento di ingegneria elettrica della University of Lincoln, Nebraska. Il sole dall’alto sorride, anche se difficilmente riesce in quello che e’ sempre riuscito a fare. Scaldare la pelle e l’anima. Lascio sulla sinistra il Nebraska State Capitol, (Il Campidoglio è un grattacielo con una cupola d'oro alla sommità. La torre è coronata da una statua alta 6 metri di un agricoltore che semina il grano, (dello scultore Lee Lawrie), che rappresenta il patrimonio agricolo dello Stato. Wikipedia.it) Un alto edificio, contenete gli uffici degli amministratori politici. Anche se non sembra siamo in una capitale. Guardo il contadino di bronzo in cima alla cupola, che sparge semi di grano, e chiedo che vede? Non mi risponde. Percorro isolato dopo isolato e le case monodose familiari in legno bianco, non cambiano. Il posto per il pick up sulla destra, il carrello del barbecue sulla sinistra e la casella della US Mail (posta) tra il manto stradale e il marciapiede. L’architettura sembra uscita da una linea di produzione della Viti & Bulloni (stabilimento di Shangai). Mi chiedo che studino alla facolta’ di architettura e design. La seggiola ribaltabile permette di lavorare al pc comodamente mentre si sorseggia un liquido dal termos da litro. Ma che c’e’ dentro? Cocaina, Anfetamina, Prozac+, Viagra? Come i paraguaiani per le vie di Montevideo, i nebraskesi amano apparentemente fare e andare con un termos in mano. Bah! Con il binocolo cerco i Tartari tra le notizie di una decina di giornali online, e apro il libro di macchine elettriche alla stessa pagina della sera precedente, allo stesso punto dove ho iniziato a perdere i neuroni per via del rum. Ahimè questa impostazione ha un peccato originale da risolvere. Per essere smart, dinamico, energico, coinvolgente, creativo, scattante, aggressivo bisogna avere il cento per cento delle energie. Le condizioni al contorno devono essere sinergiche e lavorare per l’obiettivo comune. Dalla fisica si impara che la sommatoria delle forze e’ una forza e il suo verso e la sua intensita’ dipendo dalle varie componenti. Questo il punto! E le altre componenti? Da un mese remo come un disperato, ma il vortice fa il doppio di me in meta’ tempo. Lentamente vengo risucchiato in un circolo vizioso di auto lesionismo mentale. Non mi riconosco. Ho paura. Avrei una ricetta per tornare a sorridere, ma per ora la lascio vicino alla scritta pull della maniglia rossa della porta del bus. Tirare in caso di emergenza. La liberta’ di azione, di dinamismo intellettuale, la fertilita’ creativa e’ messa a dura prova dal muro di gomma/granito che avvolge la seggiola ribaltabile. Come la Ferrari di Kimi Raikkonen per fare un bel piazzamento ha bisogno di avere ai box un team di specialisti che credono nel progetto e un pit stop ogni tanto per il cambio gomme e il rifornimento carburante, cosi’ io vorrei tanto un navigatore satellitare, di quelli moderni, che ti avvisa che tra tre chilometri c’e’ il distributore di benzina, per fare il pieno di super. Uso il mouse del calcolatore come una giovane studentessa usa il suo vibratore. Alla ricerca di emozioni. Mi muovo nello spazio multimediale del web, esattamente come su una cartina geografica. Saltello da un luogo ad un altro, sorvolo foreste, entro in case di amici e sconosciuti. Leggo, appunto e volo. Il mio corpo non ha peso, sono libero, finalmente. Il drin drin del microonde mi riporta nel Buco senza finestre del mio ufficio. Il pasto del ricercatore cinese della stanza accanto e’ pronto. La sinfonia da aspiratore da zuppa giunge alle mie orecchie ed e’ il segnale orario della musica via internet. Radio indipendenti, commerciali, down load di files illegalmente condivisi da internauti incuranti delle crociate giudiziarie nel nome del diritto d’autore. Arriva sera e neanche mi accorgo. Quando gli occhi smettono di distinguere le lettere allineate sulla tastiera, infilo i guantoni da pugile e vado a riempire le budella di succo di canna da zucchero. La mappatura dei locali notturni e’ quasi completata, mi mancano i bordelli e i ritrovi per i pensionati.
Il riscaldamento della stanza, come ogni sera, si e’ spento. Il termostato non ha retto al congelamento e non e’ riuscito nel suo compito di accendere la caldaia. Con i guantoni da pugile, il cappellino da marinaio, apro la zip del sacco a pelo, e sul materasso come un homeless con il suo cartone, nell’angolo piu’ lontano dalla finestra, mi concedo il riposo. Gli occhi si muovono sotto le palpebre per trovare la posizione di minima energia, quella d’equilibrio stabile, come la testa cerca il punto giusto dove abbandonarsi sul cuscino. Respiro profondo, decido dove dormire questa notte e mi abbandono. Navigando per le vie di Lincoln, Nebraska US
primi passiLincoln, Nebraska US 14 febbraio 2008
Finalmente la colonnina di mercurio timidamente si affaccia al campo positivo. Il delta temperatura ha lo stesso effetto del föhn caldo che scende dalle cime innevate delle Alpi. L’umore va un po’ meglio, dopo aver preso la decisione di invertire la tendenza e di smetterla di frignarmi addosso. Come spesso succede, anche se non ne siamo consci, siamo noi gli artefici del nostro umore e di conseguenza delle modalità e qualità di cio’ che ci succede. Da due giorni, come il mercurio nella colonnina, ho iniziato a risalire lentamente, superarelo zero e ricominciare a respirare. Qualche birra la sera dopo il lavoro, due chiacchiere al bancone e si scopre che tutto sommato belle persone ci sono in ogni luogo. Partecipo volentieri, da spettatore occasionale, alle passionali discussioni politiche sulle future elezioni presidenziali, e scopro che il proselitismo politico in US e’ in aumento. Generalmente i livelli di discussione e le argomentazioni quando va bene sono da militante liceale, acerbo del campo, ma pieno di convinzioni, facilmente opinabili con due leggi economiche e con qualche articolo di giornale. Nonostante cio’ recepisco positivamente l’impegno sociale e morale di cercare di cambiare le cose. Strane alleanze etniche e politiche segnano la campagna elettorale, e questi dati preoccupano in parte chi era abituato a palleggiarsi il potere negli ultimi vent’anni. Le statistiche dicono che ci sono piu’ persone che guardano il Super Bowl, la partita che mette in palio il titolo della Nfl, il campionato di football, di quelle che vanno a votare alle elezioni politiche. Nell’ultima finale sono stati novanta milioni i telespettatori che hanno assistito con birra e popcorn la finalissima. A novembre vedremo i dati delle urne e capiremo quanto l’America ha voglia di cambiare. Questa settimana ho iniziato a seguire il corso di Macchine Elettriche in università. Tornare sui banchi di scuola fa un certo effetto. Penso si dovrebbe istituire d’ufficio un richiamo alla formazione obbligatorio per tutta la vita, un poco come succede per i riservisti dell’esercito svizzero. Ogni anno un paio di settimane in cui si ritorna in caserma con i commilitoni di una volta, per aggiornamenti e ripassi.
Entrando in aula, ho sentito quell’odore familiare di “classe”, un misto tra polvere di gesso e aria da cambiare, e ho rivissuto quell’emozione unica che si prova quando si e’ sotto esame. Sotto pressione per mesi, dedicando le energie al raggiungimento dell’obiettivo e provare sollievo, leggerezza e contentezza nell’uscire dall’aula con l’esame sul libretto. Alla fermata del bus, al riparo dal vento gelido, assisto alla parata dei pendolari che in macchina si dirigono verso il “centro” città. Mi stupiscono le dimensioni delle automobili che raggiungono volumi incredibili, ruote giganti, paraurti in grado di sfondare qualunque muro. Autovetture da cinquemila di cilindrata, cavalli, potenze e consumi spropositati per portare a spasso un solitario signore grassottello e la sua tazza di caffè caldo. Giorno zero
Il vento gelido dal Canada compone figure di ghiaccio sul vetro di camera mia come un bimbo che gioca con il dito su un cristallo appannato. La neve assorbe i rumori e le vibrazioni quotidiane rendendo il tutto ovattato e insonorizzato. Il mio stato d’animo da cerino spento, ha visto momenti migliori, solo la speranza della primavera interiore e climatica e’ l’antidolorifico all’ambientamento. Le prime impressioni di questa terra, non sono felici, le condizioni climatiche estreme (-30C) sicuramente fanno la loro parte. Vorrei forte sole battente bandiera tropicale da sparare in vena sotto forma di vitamina D necessaria alla stabilita’ delle mie ossa e alla sopravvivenza della mia psiche. La musica dell’amica Selene e della Bovisa Regge Foundation mi tengono collegato alla mia terra, come questo maledetto computer, al quale sono incollato come un cane al suo osso. Di avventure ne ho fatte parecchie, ma questa pesa piu’ delle altre. Indubbiamente la durata prevista, la differenza culturale e le non rosee condizioni di partenza rendono il tutto complicato. Stupito mi guardo in giro, e mi accorgo che non vedo e non sento. Le quotidianità non stimolano come vorrei, come desidererei. Forse sono troppo esigente, troppo sofisticato nella ricerca della soddisfazione, o semplicemente necessito di un minimo di condizioni al contorno per sentirmi vivo. Il primo impatto con il non luogo di Lincoln, inizia a cinque minuti dall’atterraggio. Dal finestrino solo campi bianchi. E la citta’ dov’e’? penso. Una volta atterrato al piccolo aeroporto in provenienza da Chicago, una fotografia descrivere quello che mi aspetta. Esco dal Hub e non c’e’ nessuno, non solo ad aspettare me, ma soprattutto ad aspettare qualunque altro cristiano. Chiedo un taxi e piu di un’ora ci vuole per vedere un’offuscata parola composta da Tango Alfa X-ray India con sotto quattro ruote. L’attesa infinita, dopo quaranta ore di viaggio, tre cambi di aerei, uno stop and go forzato a Chicago per neve e’ un presagio non rassicurante. La bufera di neve dei primi tre giorni rende tutto semplicemente irraggiungibile. La gentile famiglia cattolica integralista che mi ospita il primo weekend con le preghiere pre pranzo, le letture dei testi sacri il pomeriggio e le ballate stonate la sera da un tocco di surrealismo alla storia. Rimango un paio di notti a casa di Jessi una mia collega, dove vive con il ragazzo e un cucciolo di cane saltellante, 3 serpenti, qualche topo e un gatto. Di serpenti ne vedo due, ne rispettivi zoo trasparenti, il terzo dovrebbe uscire per la primavera. Ha trovato una fessura tra le pareti di legno in ristrutturazione e si e’ infilato. Probabilmente e’ avvinghiato a qualche tubo del riscaldamento e ci rimarrà fino a quando le sue fauci non necessiteranno di un topo. Con i ragazzi ci si trova in sintonia, si fa tardi tra un bicchiere di rosso cileno e qualche sigaretta arrotolata sotto la veranda. La compagnia stimolante allevia la mia sete di input. Tramite un annuncio via internet trovo una stanza in casa di una rotonda ragazza del Kansas. Melissa viene dalla campagna, e’ scappata da una cultura di provincia ed e’ approdata nella grande citta’. Lincoln! Il relativismo e’ anche questo. Cerco invano di avvicinarmi alla nuova vita con serenita’ e allegria ma lo stomaco in perfetta sincronia con l’apparato lacrimale rende sentimentale la quotidianita’. I legami creati tra la nebbia, sono forti piu’ dei dodicimila chilometri che separano il mio naso da quell’aria satura di acqua. MilanoMolti mesi sono passati dall’ultimo intervento multimediale. La vita lavorativa mi ha assorbito senza giustificazioni energie preziose. Molte avventure sono state fatte, anche se ci eravamo abituati ad altri ritmi ed altre rotte. Qualche weekend in barca in primavera, un giretto nei Balcani in estate, un convegno a Cipro a settembre, un secondo giro del mondo a novembre (mezzo per lavoro e mezzo per pazzia), un corso all’MIT a Boston, una conferenza in Australia, e gli ultimi giorni dell’anno vecchio e i primi del nuovo nella cara e amata Spagna. Qualche cena con vecchi amici, qualche birra con ex-fidanzate, e un amore estivo fantastico proseguito in autunno. Dieci mesi di lavoro vero, quello dal lunedì al venerdì dalle 9-18. Un poco come tutti. Da settembre una stanzetta da giovane precario accoglie il mio letto a due metri d’altezza sorretto da un soppalco matrimoniale auto prodotto. Dall’inizio dell’anno la disoccupazione volontaria rigenera di ossigeno i miei polmoni saturi di CO2 da ufficio. Attendo con la calma del velista la Visa per gli Usa, dove presto mi trasferiro’ per un dottorato di tre anni. Le statistiche dicono che non tornerò piu a vivere in Italia, io per ora sono di parere contrario, la storia porgerà il verdetto. Per i lettori delle mie scorribande worldiste questo del dottorato e’ un vecchio pallino, iniziato sul beccheggio della Bounty Bay, la barca che mi ha coccolato per quaranta giorni nel bel mezzo del Pacifico, ed ora a diciotto mesi dal concepimento il bambino inizia a camminare, e muoverà i suoi primi passi nelle praterie del Nebraska, Lincoln per la precisione. Se avrete la sfortuna di cercarlo su Google Heart, non vi preoccupate per me, il posto e’ piccolo e all’apparenza non all’altezza, magari e’ cosi, ma e’ la benzina del mio motore, quello del viaggio e della scoperta. Molte cose sono cambiate nella mia testa da quando oramai due anni fa lasciai questa terra per cavalcare il mondo, ma quello che e’ immutato e’ la sete di scoperta, la voglia di avventura e soprattutto lui, il Virus, il Virus del viaggiatore, scava e lavora nottegiorno. Con il vento nelle veneMilano 16 Maggio 2007
Da tre mesi riposo sulla sponda destra del Naviglio della Martesana, per recuperare energie spese in latitudini lontane. La gioia dell’impresa portata a termine è accompagnata dalla bellezza di trovare le cose e persone che amo nel posto dove lo avevo lasciate. …e così piano piano mi riavvicino alla mia storia, e scoprire che nonostante le mille avventure, certi legami rimangono. I profumi delle yellow roses of Texas che si arrampicano sul mio balcone, l’odore del mio cane bagnato e persino il sugo delle orecchiette della nonna. Dopo anni spesi a girovagare e sognare pensavo aver trovato l’equilibrio nella nuova tappa milanese, lavoro, amici e aperitivo la domenica; ma analizzando i dati degli ultimi novanta giorni emerge che il virus del viaggiatore continua imperterrito a fare il suo cammino, e io rispettoso obbedisco e mi inchino al richiamo dell’istinto primitivo dell’uomo, quello della scoperta. Le ultime tappe di Barcellona, Londra, Toscana e persino una settimana con il vento nelle vene lungo la Corsica in barca a vela, sono un campanello di richiamo alla mia vita vera, quella che trova pace solo nel moto perpetuo. Il riposo, il non dover pensare a trovare gli spicci per un panino o un riparo per la notte mi hanno permesso di dedicare energie a pianificare le prossime avventure. Progetti editoriali, nuove terre da attraversare con nuovi mezzi… la primavera è tornata, manca poco, e sarò di nuovo in cammino. Sulla via di casa...Helsinki, Finlandia 7 Febbraio 2007
Sulla via di casa...
Poche ore mancano per salire sul ultimo volo che mi (ri)portera' nella pianura del Po. Dodici mesi, ventuno paesi attraversati. Potrei parlare per ore citando quel luogo o quel amico. Sarebbe il momento dei bilanci, ma credo sia la storia a farli.
Il bagaglio che trasporto dopo il primo giro completo del mondo, e' immensamente piu' grande di quando sono partito. Le innumerevoli esperienze, i sorrisi, le preoccupazioni, hanno forgiato quello che il nuoto anni addietro inizio' a delineare: le spalle che posseggo.
Con il sacco e la chitarra ho compiuto quello che sembrava impossibile; posso consigliare ai sognatori e alle sognatrici di prendere la valigia e partire, andare e scoprire. Il bello che accomuna i popoli geograficamente e lungo l'asse del tempo, e' la passione di esplorare, capire e carpire. Il percorso a volte ha stupito e a volte non interessato. Il cammino ha insegnato a ponderare e la natura a confrontare. I km macinati lungo i luoghi piu' belli del mondo, sono serviti ad incontrare persone che e' valsa la pena conoscere e a vivere esperienze uniche e irripetibili; e' servito anche a capire la grandiosita' del nostro pianeta. Ho osservato quello che il mondo offre a livello di bellezza, e ho notato che a livello di densita' e varieta' e' difficile superare quello che abbiamo nel Bel Paese. Gli amici incontrati, sono stati grandi, ma euguagliare quelli di vecchia data non e' stato possibile. Le donne, tutte le donne con le quali ho condiviso le energie, sono state fantastiche e le ringrazio, ma tutte assieme non sono riuscite a colmare il vuoto di quella lasciata a Milano.
Se un amico mi dovesse chiedere: e ora che? E poi? Direi che e' il momento del riposo, per il fisico e per la mente. ..e poi... poi avrei un progetto da portare avanti, inizia a Settembre...ci sarebbe da organizzare un viaggetto di almeno tre anni...
e quindi? Si ricomincia, no? ThailandiaThailandia 26 Gennaio 2007
Da enne ore sul bus per raggiungere la spiaggia piu' sputtanata della thailandia, Phuket sulla costa ovest. L'evoluzione del paesaggio segue costante, delle palme equatoriali rimane qualche ombra sul terreno. La Malaysia e' alle spalle, sgarruppata ma pulita. A Kuala Lupur le due Torri Gemelle, simboleggiano il passo dei tempi e i soldi del petrolio raddoppiano le autostrade e pagano le rette agli studenti. A Penang, isola a nord est vicino al confine thailandese, alloggio ad una guesthouse surreale. Probabilmente in altri tempi sarei rimasto settimane, ora mi accontento di un paio di giorni per ammortizzare le ore di viaggio e di riportare su carta le emozioni. Ex ospedale giapponese, trasformato in ostello da una famiglia cinese; lei responsabile del bar e cucina, lui delle stanze e della musica. Ogni sera jam session (palco aperto) per la decina di lavoratori che mandano avanti la baracca, sudando dalla mattina presto per un pugno di Ring, ma trovando l'orgasmo ogni notte prendendo in mano la chitarra o le bacchette della batteria. Il padrone, da dietro la pila di stoviglie sporche tiene il ritmo con due cucchiai. I camerieri si alternano il vassoio e il microfono. La padrona, la vera direttrice del business, minuziosamente annota ogni entrata ed uscita su mille foglietti volanti, che misteriosamente a sera vengono distesi su un tavolo trovando una logica di conteggio. Tutti gli introiti, vengono giocati, puntati su un numero, estrapolato dalle sfumature dei colori delle squame della testa di un pesce buffo che abita l'acquario nel centro del cortile. Nonostante le vincite non siano molto frequenti gli amici la reputano una donna fortunata al gioco. In ogno caso la prima canzone alla batteria del marito le fa tornare il sorriso. Le danze finiscono a notte fonda quando i corpi dei dipendenti come quelli dei commensali sono saturi di alcol e le scorte in frigorifero prosciugate. Re Leone, il cameriere con la chioma da grande felino, e' l'unico ad essere pagato anche per suonare. Ricurvo, appoggiato alla chitarra, con la voce rauca da tabacco e whisky canta nelle forme perimetrali dello strumento e nascosto dalle ombre del palco ogni tanto intercala un bacio tra una parola e una nota al suo amore che accarezza divinamente con i polpastrelli.
Spendo gli ultimi soldi per un volo su Bangkok, dove rimarro' poche decine di ore. La citta' l'ho trovata un caos totale, grigia per via delle micro polveri e i veleni in sospensione nell'aria, ma dal fascino irresistibile. Moto taxi, biciclette con carretti, barche con il motore fuoribordo dal braccio dell'elica lungo metri, baracche pericolanti su acque malsane, pali miracolosi sorreggono vite galleggianti.
Innamorati di una Puttana di Phuket La mattina alle dieci scendo in spiaggia per la colazione sotto una palma; noto ad essere il solo ad non essere accompagnato da una delle bellissime donne locali. La differenza di eta' esiste, ma non e' cosi' vistosa. Durante la notte nei locali, lungo le strade pullulano passeggiatrici, come fiori in primavera. E' impossibile non notarle ed essere impassibile. Riesco a distrarmi bevendo birra con tre ragazzi italiani in Thailandia da mesi. La vista di tanti uomini in assetto da combattimento al calar del sole, pensavo essere frutto di semplice effervescenze ormonali, ma a colazione scorgere mani intecciate sotto il tavolo, piedi che si cercano e baci fugaci mi fa sorgere una domanda semplice: si puo' delimitare con facilita' il confine tra sesso tra animali e tra persone? In bus Da Singapore a Kuala Lumpur, Malaysia. 19 Gennaio 2007In bus Da Singapore a Kuala Lumpur, Malaysia. 19 Gennaio 2007
L'aria condizionata spara sul collo decimetri cubici di piacere libidinoso. La temperatuta esterna supera i trentacinque gradi centigradi e l'umidita' ti fa sudare solo per il fatto di respirare. La musica orientale coccola le tendine in seta viola del bus. La vegetazione equatoriale, il calore della terra e l'architettura delle baracche lungo la statale, evocano ricordi del sud America. I lustra scarpe nella caotica La Paz, Bolivia usano coprirsi il capo con i passa montagna per non essere riconosciuti; cosi chi taglia l'erba lungo la strada a sud della Malaysia peninsulare fara' lo stesso? La foresta di palme si arrampica sulle colline come l'edera sul muro del cimitero. Vorrei fare una siesta, ma la recente fregatura da parte del bigliettaio ufficiale del bus e' la doccia fredda che mi tiene sveglio. Lontano otto ore di volo dalla tranquilla Australia, sono di nuovo in luoghi dove una piccola distrazione puo' costare parecchio. Sfoglio il finestrino come un libro, aspetto con lo sguardo morbido lo spunto per una riflessione. Mi sorprendo come piccoli dettagli scollegati che vedo e osservo, trovano a volte una connessione con senso, magari dopo aver attraversato frontiere ed oceani.
L'ultima notte in tenda con Egidio tra gli alberi della Magnetic Island, quattrocento km a sud di Cairns sulla costa est australiana, mi e' costata centinai di morsicate di formiche rosse. Durante la colazione le risa facevano andare di traverso i biscotti, scoprendo che nonostante Egidio dormisse a pochi centimetri da me non sia stato visitato dagli insetti carnivori. Pochi giorni prima simile sorte in un backpakers a Cairns, dove ho trovato riposo (scoprendolo solo la mattina successiva) su un nido di Bed Bugs, pulci da letto. L'ultima disavventura analoga, dopo una serata memorabile per le vie di Kuala Lumpur, il mio corpo si lascia andare su un letto in una gesthouse graziosa a Chinatown, con il prezzo alto di essere massacrato durante la notte dalle odiate bed bugs, riportando i risultati sulla pelle per giorni e giorni.
La vicina di sedile, giovane studentessa di Jakarta Indonesia, non parla mezza parola d'inglese, o meglio ne conosce due: Student from Jakarta. Comunichiamo sorridendo e giocando con le mani sotto il pareo verde usato come tetto. La foresta di palme lascia il posto ad altri alberi e a distese di erba tonificata dal monsone. Cairns, Costa Est OzCairns, nord est Australia 12 Gennaio 2007 Il tango di Luis Salinas accarezza i sensi, lasciando scivolare il mio corpo lungo i km della costa est australiana. Il caldo del tropico rende la mia pelle appiccicosa e il sole colorata. I coralli tagliano come rasoi chi osa sfiorarli, e come ombrelli leggeri di sostanza organica colorata, crescono paralleli o perpendicolari al fondo, dando casa ai mille pesci dai pigmenti accesi. Le alghe danzano a ritmo di onda leggera, sospese, folleggianti nutrendosi di micro organismi in movimento. Miliardi di uova di pesce, come pallini rossi dal diametro di testa di spillo, navigano nell’acqua dando un tocco surreale al paessaggio marino. La sensazione di ebrezza del torbido viene controllata con la respirazione costante e con una leggera messa a fuoco. Un grosso pesce deposita davanti al mio naso il suo carico infinito di vita, con una strisciata rossa lunga piu’ di un metro. Le mille dita dei Curtain fig tree (alberi dai quali rami crescono piccole radici che una volta raggiunto il suolo attecchiscono, permettendo di sostenere come puntoni i pesanti rami sviluppati orizzontalmente, in altro modo condannati alla rottura per l’eccessivo peso) sorreggono i rami puntellandoli al suolo, e come se suonassero il piano si muovono sotto le ombre dei fanali lungo la statale.
Gli eucalipti delle Blu Montains, poco fuori Sydney, nebulizzano resina nell’aria rendendo l’orizzonte come il mare in lontananza, leggero e solitario. I canguri appiattiti dalle ruote del progresso giaciono solari al ciglio del asfalto, come i corpi dei disperati ai piedi della rete di Ceuta e Melilla, davanti al confine che non si e’ risuciti a superare. L’arido della terra rende affascinante il verde del filo d’erba che sorregge il piccolo fiore bianco nel centro di una defecata di vacca sulle colline di Orange.
Il futuro che diventa presente fa aumentare la pressione sanguinea, e lo scorrere del dito sul pallottoliere del conto dei giorni che mancano al rientro in pianura Padana, perturba il mio stato d’animo.
Le ultime settimane in compagnia di Egidio, vecchio amico di Milano, sono state utili per avere un riferimento realistico della vita che mi attendera’ al rientro. Dalle piacevoli discussioni ermerge un concetto non nuovo a me, ma solo da poco reso nitido: come in amore e in amicizia per mantenere l’affiatamento nel tempo, il rapporto va coltivato e concimato, rendendo il vissuto delle esperienze dello stesso ordine di grandezza. Vivere assieme per crescere assieme. Quello che sembrava essere solo un presentimento, essermi allontanato anche dagli amici piu’ vicini, viene con amarezza confermato dalla giornate spese a conversare con l’amico di sempre. Quello che dieci anni orsono, sulle vie della Lapponia, era esperienza al unisono di scoperta e guai combinati, ora appare sbiadito; dalla vita e dalle scelte. Per rimanere affiatati, vicini, complici nel tempo, bisogna avere la stessa velocita’ d’avanzamento e la stessa direzione di marcia. Vite diverse, con esperienze diverse portano inevitabilmente alla divergenza dei cammini. Forse e’ la vita, dinamica appunto, che ti da la possibilita’ di vedere e sognare piu’ mondi e piu’ livelli; solo da te dipende su quale barca salire e soprattutto con quale prua.
Il ritorno a casa sara’ meno traumatico di quello previsto ma difficilissimo per un semplice motivo: dovro’ ricominciare tutto da capo. Del vecchio Fabio Fax, cosa rimane? Il nome, il sorriso e cosa piu’? Le esperienze assimilate, hanno smussato gli spigoli affilati della passione giovanile, gli estremismi del mio pensiero vengono mitigati dalla realta’ percepita con i miei bulbi oculari. Le societa’ cubane e sud americane sono servite per smuovere punti prima intoccabili dei miei paletti di confine. La fame che rende inguardabile il giorno dopo ad un bambino del Peru’, e’ affilata come una baionetta nord americana nello stomaco di un bimbo iracheno. Gli estremismi che non pagano e la ponderazione che aumenta la cognizione.
Piano piano i chiodi metallici che foravano il mio corpo sono andati cadendo, i capelli ricci mossi dal vento lasciati tra le onde del sud Pacifico e perfino l’amato tabacco, compagno fedele di sempre e’ caduto davanti ad un fuoco artificiale di Sydney. La maglietta lascia posto alla camicia e vedermi con la cravatta mi fa sorridere. Cio’ che piu’ mi piace e’ la dinamicita’ della vita, la lettura e l’evoluzione costante.
Raccoglitore di ciliege Young Australia 10 dicembreYoung, quattrocento km sud ovest di Sydney, Australia 10 dicembre
Disteso sul soffice prato davanti alla tenda nel camping di Young, osservo da vicino incuriosito la vita tra i fili di erba. Colonie di formiche, insetti microscopici indaffarati nel lavoro per la sussistenza. Il sole è caldo e il pomeriggio libero dai campi passa tranquillo tra una bottiglia di birra e un tuffo in piscina. Da qualche settimana sono in questo sperduto villaggio da poche migliaia di persone dove lavoro come raccoglitore di ciliege (cherry pickers). Come attività remunerativa è piuttosto semplice, ma molto faticosa per le alte temperature, relativa esposizione ai raggi solari e alle mille mosche che ronzano negli orecchi, occhi e bocca. L’erba alta, con i frammenti di paglia che si inseriscono sotto i vestiti è insopportabile, procurando un prurito simile a quello delle pulci. La giornata inizia ancora prima dell’alba con la colazione al benzinaio di fronte al camping e la passeggiata con i primi raggi di sole che scaldano l’aria infreddolita dalla notte. Inizio a riconoscere il cinguettio di diversi volatili, trovando in quello del corvo un simpatico compagno di lavoro. Ora dopo ora con i polpastrelli degli indici e pollici di entrambe le mani stacco il gambo delle ciliege dal ramo facendole cadere nel contenitore marsupiale. Dopo più di mille kg di frutta raccolta quasi le mani da sole distinguono tra l’ammasso di foglie le parti della pianta che mi interessano. La velocità di raccolto sta migliorando con il passare dei kg e il tic della rottura dello stelo è seguita dal tac della caduta nel contenitore. Il corpo dopo giorni si è abituato a svolgere contemporaneamente diverse attività: le dita cercano lungo i rami i gambi delle ciliegie, gli occhi individuano le prossime ad essere raggiunte e gli orecchi seguono attentamente l’alternanza del tic e tac dello staccamento e caduta. Considerando il numero relativamente elevato di frutta in caduta contemporaneamente, mi sono stupito di come riesca in caso di mancato centro, a percepire dal non suono prodotto che la ciliegia è andata persa. Essendo pagato in funzione delle quantità raccolte è di fondamentale importanza la rapidità. I primi giorni quasi rimpiangevo il lavoro da cameriere a Bondi Beach lasciato per la noia dei cappuccini e per la bassa paga. Ora che la rapidità e la piccola esperienza iniziano ad apportare i primi risultati, ne sono contento. Le giornate passano stancamente bene, anche se poche energie mi rimangono da dedicare al resto dopo dodici ore nei campi. Giusto una doccia, scaldare un pasto e scivolare nel sacco a pelo con ancora barlumi di luce nel cielo. Sono contento perché finalmente dopo mesi con la cintura nella posizione più stretta riesco a mangiare una bistecca ogni tanto e bere un buon bicchiere di vino. L’aspetto che più mi affascina del massacrante lavoro è di riuscire mentre guadagno ad avere la mente completamente libera. Spesso penso a Jack London quando nella sua biografia Martin Eden narrava di come apprezzava il lavoro di raccoglitore di immondizia la notte lungo strade deserte e tranquille. Penso esserci due tipi di lavori: uno di questo tipo appunto, l’altro opposto che non ti permette un attimo di assentarti dalla concentrazione. Entrambi presentano vantaggi e svantaggi, anche se per come sono fatto un lavoro del secondo tipo mi si addirebbe maggiormente. Una occupazione del primo tipo ha vantaggi interessanti, tra i quali folleggiare con la mente sui progetti futuri. Come in questi giorni mi succede dedico molte energie agli scenari futuri del dottorato, fantasticando su tematiche modalità e luoghi dove potrei proseguire l’approfondimento culturale. Contenitore dopo contenitore aumenta in modo esponenziale la frutta raccolta. La pelle delle mani spaccata per l’attrito con i rami, i dolori alla schiena per il continuo peso del raccoglitore appeso al collo e i piedi cotti non rendono il recupero delle forze missione semplice. Fortunatamente la giovane compagnia di raccoglitori giramondo è grande e colorata, e un bicchiere di buona birra al bancone del bar del paese equivale ad un’ora di idromassaggio. I migliori pickers nella grande arca di Noè hanno passaporto canadese, riuscendo a tenere il passo agli aborigeni e in qualche caso a superarli. Per chi raccoglitore lo è da anni, riempire trenta contenitori da quindici kg per un totale di quattrocentocinquanta kg di ciliegie in sei ore per una media di 1,25 kg al minuto è quasi uno scherzo. I primi giorni riuscivo a malapena a coprire i costi di sussistenza; poi grazie ai consigli dei più anziani e della attenta osservazione ho triplicato il rendimento, permettendomi di aspirare tabacco e scrutare i filari infiniti sul giallo suolo. Il primo weekend di dicembre, il Young Cherry festival richiama centinai di persone dai paesi vicini per assistere e festeggiare tutti assieme la fine del raccolto condendo i giorni di relax con ettolitri di birra, gare di velocità di raccolta e di lancio del nocciolo con la bocca. Per via del festival vengo sfrattato dal camping essendo tutto prenotato da mesi trovando rifugio nel giardino di una singolare famiglia della zona. Zia (45) e nipote (22) con i rispettivi figlio e figlia condividono una piccola e graziosa casa sulla linea di confine dei campi. Ho fatto da maestro di nuoto ai due bambini e preparato un paio di cene con tocco italiano. La zia estrae da uno scatolone impolverato in soffitta bicchieri di altri tempi, per la grande cena della domenica. Come sono arrivato così me ne vado, poco prima dell’alba. Il gracchio del corvo si mescola con il fruscio delle foglie dei ciliegi mentre con lo zaino in spalla raggiungo la statale. Monte Cook, Alpi del Sud NZ 12 Novembre 06Monte Cook, Alpi del sud Nuova Zelanda 12 Novembre 06
Il sole dietro le dune di New Brighton si alza leggero. Il vento pungente dall’Antartide dei giorni scorsi ora e’ piacevole e muove le foglie degli alberi producendo una sinfonia armoniosa. L’aria limpida e fresca, penetra nelle mie vie aeree recentemente liberate dalla alchimia occidentale. La cura antibiotica per la riparazione del foro nel timpano sinistro e lo scioglimento del blocco nasale, apporta i primi frutti dopo giorni di isolamento uditivo. Durante l’ultimo volo Sydney-Christchurch il cattivo raffreddore e il delta pressione hanno mandato al tappeto il timpano sinistro.
Dopo i primi duecento chilometri di morbide colline, arbusti dal giallo fiore, pecore, vacche e tori, un altopiano brullo e’ attraversato dalla rettilinea statale. Sullo sfondo le Alpi del Sud dalle creste innevate, con lacrime di blu acqua in cammino verso il mare, risaltano il paglierino della steppa. Riesco a convincere l’autista del bus a lasciarmi cento chilometri piu’ a sud, allo svincolo del Monte Cook, anziche’ sulle sponde del lago Tekapo. Il monte e’ fuori dalla rete di trasporti pubblici, solo minibus per turisti dal portafoglio carico si avvicinano. L’idea e’ di proseguire in autostop fin dentro il parco nazionale. Come finira’ non ne ho idea, in quanto nonostante la bella giornata la temperature e’ rigida e di automobili in giro non se ne vedono. Poche scatole meccaniche con ruote passano davanti al mio naso nei minuti infiniti di sosta sul asfalto. Trovo un passaggio da una coppia inglese, in pochi secondi conversiamo come vecchi amici. Passiamo una collina e misticamente ricompaiono abeti e pecore sul verde suolo. Le agitate acque del lago Pukake offrono il loro splendore, blu-verde dalle mille sfumature per le ombre delle nuvole. Il monte Cook appare come una fata dal mantello bianco. Si intravedono le sue forme e le forti radici sulla pianura dove venne girato “Il Signore degli Anelli”. Pensare che nelle settimane per mare, il Capitano Grahm amava rivedere fino alla nausea le sequenze delle tre parti del film, mentre mi ero sempre rifiutato di seguirlo. L’essere in mezzo al mare stivolava voli della mente in mille direzioni meno che di fronte allo schermo di un pc. Oggi su quelle praterie da paesaggio incantato cammino con l’amico Martin cileno, agronomo in nz per esperienza lavorativa. Foto dopo foto risaliamo per centinaia di metri le ripidi pendici del Monte Cook fino a quando i nostri non adatti indumenti ci impediscono di fronteggiare il gelido vento e le sfere di ghiaccio in caduta dalle nuvole di passaggio. Per la prima volta da quando sono partito ho prenotato un letto prima di arrivare a destinazione. Sembra un passo banale, ma l’idea di dover essere in quel luogo in un dato giorno senza lasciare possibilita’ di fuga ed essere pronto a cambiare programma all’ultimo minuto non mi soddisfa. Quasi per convincermi di non aver optato per la soluzione che mi si addice prenotando le due notti consecutive nella stessa branda, anticipo la partenza dal rifugio ai piedi del monte, perdendo la notte prepagata. Fortunatamente come spesso mi succede, tutto alla fine si autobilancia. Riesco a rientrare alla base a Christchurch in autostop, risparmiando sul bus una cifra para allo stesso importo della notte persa. Il primo passaggio di un centinaio di chilometri l’ottengo dal cileno e il secondo da una coppia della Corea del Sud. Sono simpatici e gentili. Lui prudente guidatore, conduce il mezzo di lusso ad una velocita’ mezza rispetto al limite consentito. La sua dama dalle punte dei capelli ossigenati e dal sorriso puro, detta le coordinate da coopilota. Peccato che questo ruolo non le riesca in modo impeccabile, sbagliando piu’ volte indicazioni e dovendo invertire il senso di marcia. Considerando che in Nuova Zelanda del sud ci sono solo due strade che attraversano da nord a sud l’isola, una ad est e una ad ovest, non vedo l’oggettiva difficolta’ di trovare la corretta via, dovendo semplicemente andare verso nord. Io non sono di fretta, mai lo sono, quindi nessun problema. Sono un velista e oggi come ieri con gli stracci da autostopista, con il police verso l’alto e con gli occhi da cinese per i baci del forte sole, apprezzo il paesaggio in movimento dal finestrino posteriore. Buffi marroni tori, dal lungo pelo e corna pronunciate, ruminano verde erba lungo il cammino. Il perimetro esterno dei campi e’ delimitato da quattro file verticali di filo spinato, mentre la simpatica scacchiera di erba corta/lunga lo e’ con filo elettrico. Pazienti lavoratori dalla schiena ricurva, preparano i confini mobili per la brucata del giorno dopo piantando pali leggeri nel terreno, arrotolando il piccolo filo dall’anima elettrica dal colore arancione. Come Martin mi spiega, il filo spinato e’ il confine della parcella, mentre quelli mobili seguono il ciclo di crescita dell’erba mantenendo le mandrie ogni giorno in zone di campo con foraggio fresco e lungo, lasciando il tempo a quello del giorno prima di rinforzarsi. 7 Novembre 28esimo compleannoVentottesimo compleanno 7 Novembre 06 La sveglia avviene di buon ora, il freddo pungente della stanza e’ mitigato dal tepore trasmesso per irraggiamento dalla stufetta elettrica appesa al soffitto. Preparo con ritualita’ e dovuta cura il set per la rasatura; sulla punta dei piedi, volteggiando sotto le note del walzer che mi ronza negli orecchi da un paio di giorni mi avvicino alla sala da bagno cercando di non svegliare Mayumi, la giovane giapponese, che sognavo da tempo nel letto. Il bianco della sua pelle e’ risaltato dal ciuffo nero intenso e liscio del suo pube. I suoi bulbi oculari in movimento sotto le palpebre , sembrano seguire il mio walzer, ed io contento e sorridente immagino in quale parte del mondo fatato nipponico stia ballando. Buona colazione, la prima sigaretta del mattino e la piacevole lettura della stampa internazionale. Dalla casella di posta vengo a sapere che Annina la nostra coinquilina delle Canarie di cinque anni orsono, con la sua cara amica Joulie, si trovano anche loro a Christchurch, in stop over nel loro giro per il mondo. Anna con la sua immancabile tavola da surf sotto il braccio e’ una ragazza in gamba, i mesi sotto lo stesso tetto a Gran Canaria insieme a Michele (Italia) Mark (Eire) sono stati indimenticabili: feste, pranzi dai mille menu’ alle notti suoi libri, davanti alle blu acque della baia de Las Canteras. Per cena porto Mayumi, Annina e Joulie ad un ristorante messicano. Quasi mi esplode il cuore, quando sbagliando dose cospargo una salsa killer sulle mie nachos. Due bicchieri di acqua e la ventilazione forzata delle mie vie aeree per alleviare il potente piccante messicano. Come dolce, Annina estrae dal cilindro una micro torta con otto candeline accese. La mia contentezza, i secondi per le foto ricordo e il desiderio troppo lungo fanno si che la cera fusa penetri i pori della crostata. Scatti di istantanee, risa, un buon bicchiere di rum e poco dopo la mezzanotte scompaio tra i mille cuscini del lettone in affitto nella mansarda davanti la cattedrale. Christchurch NZ Isola del sudChristchurch, New Zealand 6 Novembre 06 La chiamano la citta’ giardino e il nome non e’ casuale. Nel pieno centro sorge un orto botanico occupandone piu’ della meta’. Per strada le romantiche aiuole con fiori caratterizzanti la primavera entrante, sono adornate con nobile pietra del secolo scorso, dando un tocco di allegria al grigiore del cielo. Piante con data e nome di chi depose il seme nella terra e perfino un mulino in ricordo dei tempi passati, quando la tecnologia per macinare il grano arrivo’ anche in questo luogo sperduto al sud del mondo, caratterizzano la citta’ delle bambole; pulita ordinata e surreale. Le dodici campanate della cattedrale sono il segnale per l’ultimo giro di bevute al pub del ostello. Per festeggiare la brillante giornata assaporo un ottimo bianco locale. Sono rimasto colpito dalla qualita’ e serieta’ con la quale si parla di vino sia in Nuova Zelanda che in Australia. Il provincialismo delle mie origini peccava di presunzione nel pensare che il nettare di uva di qualita’ venisse spremuto solo in Italia e nella vicina Francia. Nulla di piu’ sbagliato. Ricordo piacevolmente le degustazioni lungo entrambi i lati della cordigliera delle Ande dove si fa sul serio con i calici di rosso. Profumi e spessori distinti caratterizzano quella o quell’altra regione conquistando un giudizio piu’ che positivo. La missione visa e’ andata come da programma; dopo un giorno di riposo sul manto erboso del orto botanico respirando profumi di rosa, mi attacco alla rete per risolvere il tormentone delle ultime settimane: la working holiday visa per l’australia. (Ri)compilo l‘application form, questa volta dal sito ufficiale del ministero d’immigrazione, lasciando stare agenzie fannullone e in poco piu’ di dieci ore estraggo dalla stampante del cyber caffe’ la copia della visa. Ora dopo tante parole e sopratutto euro spesi per questo pezzo di carta spero poter presto vedere rientrare l’investimento ed aiutare le oramai moribonde risorse economiche. Bondi Beach, Sydney OZ 30 Ottobre 06Bondi Beach, Sydney OZ
Il pesino a quaranta minuti in bus dal centro di Sydney e’ grazioso dove l’adrenalina di cavalcare un’onda con la tavola da surf regola i ritmi di vita. Giramondo atterrano su questa baia con i ristoranti e i caffe’ dai piedi insabbiati. Il divieto di mangiare un panino al chiosco senza maglietta, della scorsa estate sulle coste italiane, sarebbe una offesa alla vista dei tanti David scolpiti dalle remate. Passano i giorni ma la mente rimane focalizzata alla settimana spesa con il porf. del Politecnico, tra Melbourne e Brisbane. I programmi, le ambizioni e perfino le possibilita’ future sono state stravolte da quella serie di incontri con personaggi del mondo economico e politico, sia italiani che australiani. Le cene annaffiate dall’ottimo Shiraz, i piatti dei migliori chefs hanno sconvolto il mio viaggio da saccopelista. Carte mischiate per le lezioni tra le righe di comunicazione e public reletion di Alessandro, e la oramai concreta possibilita’ di ritornare sui libri. L’idea di poter continuare ad approfondire e lavorare con esperti di energia, relativa distribuzione, prodotta da fonti rinnovabili mi sembra fantastica. Il fattore ancora piu’ sorprendente e’ di essere pagato per studiare, concetto al quale non ero abituato. La meta geografica per il dottorato dovrebbe essere Brisbane per l’Australia, anche se un viaggetto a fine gennaio negli USA potrebbe aprire nuovi orizzonti accademici. Si parlerebbe di tre o quattro anni fuori dall’Italia. Oramai dopo aver speso piu’ tempo fuori che dentro i confini del Bel Paese negli ultimi anni, l’ida non mi spaventa. Anzi. Cogliere al balzo le occasioni dove si presentano, e non aspettare che bussino alla porta di casa. Tra una settimana compiero’ ventotto anni, e pianificare altri anni oversea (oltre mare) vorrebbe dire acquistare il passaporto del mondo. Passare la soglia del non ritorno che ti permette di stare bene ovunque ma non di avere casa da nessuna parte.Sydney, Australia 25 OttobreSydney 25 Ottobre 2006 L’australia supera il brasile di una volta e mezza come superficie anche se la popolazione non eccede i venti milioni. L’imponenza la respiro dalla ricchezza dell’aria. Non solo economica ma soprattutto naturale. Deserti, spiagge chilometriche, distese da far sentire piccola una montagna. Un sentimento simile l’ho provato solamente in Patagonia e lungo il Re fiume per l’Amazzonia. Quando il sentirsi piccolo, meno di una formica e’ piacevole. L’Australia l’avevo inserita nel mio schedule (programma) di viaggio perche’ risaltava ai miei occhi sul atlante. In Italia, nelle scuole, sui media non arrivano molte informazioni delle terre conquistate. Notizie sportive, eventi o briciole di news nulla piu’. Siamo abbastanza ignoranti su questi luoghi indipendenti politicamente ed economicamente ma legati incredibilmente al vecchio continente. Come il sud America, la Polynesia, la Nuova Zelanda e l’Australia hanno un piede in paradiso e l’altro tra lo stretto di Gibilterra e il Mare del Nord. Paesi nuovi in cerca di identita’. Orgogliosi di essere cio’ che sono, ma l’argentino per un verso e l’australiano per l’altro rimarcano direttamente o indirettamente la discendenza. Le precarie condizioni economiche del sub America impongono piu’ peso ad un nonno italiano o spagnolo (con il relativo diritto di passaporto e di poter volare liberamente oltre oceano) che alla bandiera nazionale. Il kiwi supporta gli All Blacks e tutti quelli che giocano contro l’Australia nel rugby, ma allo stesso tempo canta le lodi a Sua Maesta’. La terra dei canguri dove la cura del corpo e l’amore per lo sport farebbero sgranare gli occhi ai fitnesscenter italiani, e’ tremendamente connessa con la storia del vecchio continente. Il diritto ricorda che ogni millimetro quadrato di suolo che calpesto distrattamente appartiene a Sua Maesta’ Regina Elisabetta II d’Inghilterra. A nulla e’ servito il referendum popolare di qualche anno orsono per cercare di staccare il cordone ombelicale psicologico con l’UK. Il potente sud est asiatico vicino, le corte radici e una popolazione fortemente caretterizzata dal mix raziale sono l’inchino alla Regina. Per noi latini con storia millenaria, desta incomprensione la faccia di Elisabetta II sulle monete di mezzo mondo, dalle Fiji all’OZ(Australia) passando per la NZ. Il capitano Grahm, dal doppio passaporto NZ e UK, appunto, chiamava la strana connessione nuovo mondo-regina, simbolo. Un analisi sociologica piu’ approfondita potrebbe rilevare un problema macriscopico di identia’. Parlando con i figli della generazione di immigrati, nati in OZ, miei coetanei emerge uno strano legame con questo paese. Hanno passaporto con il canguro stampato, si sentono di questi luoghi ma il sangue oltre oceano non permette loro di esserlo al cento per cento. L’inserimento puo’ avvenire piu’ o meno dolcemente in funzione della vicianza della cultura di origine (uno del UK avra’ meno problemi ad ambientarsi in OZ che un cinese). Penso questo essere un problema sociale delicato, quello della integrazione in una altra nazione, e vale non solo per queste latitudini ma anche per la vecchia Europa, come mostrano le scintille di disago giovanili nelle periferie delle citta’ francesi di questi giorni.Wellington, NZ 15 ottobre 06Wellington, NZ 15 ottobre Quando il giorno farebbe ridere Fantozzi… 3 AM Foresta Nera, Germania estate duemilatre, con la Fiat uno e tre amici spagnoli cerchiamo di raggiungere Praga. In mezzo ad un acquazzone estivo, invochiamo l’arca di Noe’ con il nuovo motorino del tergicristallo. Dalla corsia di emergenza fradici come un crostino nella zuppa, cerchiamo di capire cosa sia deceduto nell’ermetica scatola dei meccanismi. L’oscurita’ totale, il forte vento non ci spaventano; con i lacci di tutte le scarpe improvvisiamo un buffo ma efficace sistema fune-carrucola per il movimento manuale della spazzola togli acqua. Arrivati alla prima autofficina, chiediamo in prestito il carrello degli attrezzi. Tre futuri ingegneri meccanici e un elettrico sono all’opera con le maniche arrotolate. Smontiamo, analizziamo e ridiamo. Centrato in pieno il problema. La vite senza fine che si sposa con la ruota dentata atta a trasformare il movimento rotatorio in alternato e’ intrappolata nella ruggine. Le scaglie di ossido di ferro, impastate con il grasso lubrificante sono il cemento armato che annientano il piccolo motore. Somontiamo e adattiamo con martello e trapano quello posteriore per ubicarlo sotto il vetro anteriore. Con una birra festeggiamo il successo. Peccato che sulla via del ritorno anche il secondo motore perisca come il fratello maggiore. Fortunatamente l’ammasso di stringhe colorate per l’utilizzo manuale non siano state necessarie, non avendo piovuto. Dopo l’esperienza da McGiver a bordo della Fiat ventenne ogni volta che salgo su un catorcio datato non posso che pregare alla memoria del mio primo mezzo di liberta’.
Nelle fasi di checkout dal backpakers ad Auckland conosco Helena, ventiquattrenne dell’UK. Va verso sud con il suo “nuovo” furgone; e’ da sola e vuole una spalla. Il vecchio Nissan mi stupisce che abbia ancora tutte le ruote e che le portiere si riescano ad aprire per la cattiva salute. Il sole e’ forte e lei carina. Studio la cartina e da copilota detto le coordinate per l’autostrada. Dopo quaranta minuti di viaggio lo strano odore di bruciato e fumo ci allerta. Sollevo il sedile scoprendo il friggente motore. Nemmeno una goccia di acqua risiede nel radiatore e ne un grammo di olio lubrifica i logorati pistoni. Da una casa vicina recupero acqua, il marito della signora con i bigodini ci procura un kg di olio, risusciamo a raggiungere un meccanico. La mancanza di fluido refrigerante ha cotto tutto cio’ che non sia in metallo. Smonta, rimonta per sette ore il baffuto artista, la giovane moglie offre te caldo e due sedie nel retro bottega. Il mastro e la sua dama si consultano passandosi cacciaviti e chiavi inglesi arrivando soddisfatti alla sentenza: testata da rifare, cambiare tutte le guarnizioni. Cinquecento dollari. Helena quasi in pianto chiede un parere sulla convenienza della riparazione. Il dottore del bullone guardandola negli occhi le consiglia di non prendere piu’ fregature e di rottamare il neoacquisto. L’inglesina viene da me abbracciata affettuosamente e rassegnata stringe i suoi stracci dirigendosi alla superstrada con il pollice verso l’alto. Una famiglia del sud Africa ci carica. Lascera’ Helena ad un motel ad Hamilton e me all’aeroporto di Wellington seicento km piu’ a sud, sulla punta meridionale dell’isola del nord. Riesco a cambiare data al biglietto per Melbourne e farmi imbarcare in un’altra classe. Tra poche ore incontro il prof. Alessandro del Politecnico di Milano in viaggio in Australia e finalmente capiro’ quando si possa iniziare a fare sul serio con gli studi. Io sono pronto per il dottorato, vedremo se l’universita’ di Brisbane e la terra dei canguri lo siano altrettanto. |
|
|